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Archive for novembre 2014

NI VIVOS NI MUERTOS

Documentario sui desaparecidos in Messico  di Federico Mastrogiovanni e Luis Ramírez Guzmán

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cideciIl Comandante Javier porge il benvenuto alla carovana di Ayotzinapa nel caracol di Oventik, il 15 novembre 2014

Sorelle e fratelli genitori dei 43 studenti desaparecidos, Studenti ed Insegnanti della scuola Raúl Isidro Burgos di Ayotzinapa, dello stato di Guerrero.

Buona sera a tutti e tutte.

A nome delle nostre migliaia di compagni e compagne basi di appoggio dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, vi diamo il più cordiale benvenuto in questo umile Caracol II di Oventik, Resistencia y Rebeldía por la Humanidad, della Zona Altos del Chiapas, Messico.

Siamo qui quali rappresentanti dei nostri popoli zapatisti per accogliervi a braccia aperte ed ascoltare le vostre parole.

Non siete soli! Il vostro dolore è il nostro dolore! La vostra rabbia è la nostra degna rabbia! E vi sosteniamo nella richiesta di riavere in vita i 43 studenti desaparecidos per l’azione criminale dei malgoverni; accomodatevi, siete a casa vostra, questo è il posto di tutte e tutti coloro che lottano.

Grazie.

Testo originale

Traduzione “Maribel” – Bergamo

 

Il Comandante Tacho apre l’incontro dell’EZLN con la carovana di Ayotzinapa, il 15 novembre 2014

Compagne e compagni:

Padri e madri dei giovani studenti desaparecidos della Scuola Normale Rurale Raúl Isidro Burgos di Ayotzinapa, stato di Guerrero, Messico.

Agli studenti ed a tutti quelli che accompagnano questa carovana e a tutti i presenti.

A nome dei bambini, bambine, ragazzi, ragazze, uomini, donne, anziani ed anziane dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, benvenuti nel caracol di Oventik, Caracol II Resistencia y Rebeldía por la Humanidad.

Compagne e compagni:

L’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale vuole ascoltare le vostre parole di dolore e rabbia, che sono anche nostre.

Noi non vogliamo sapere dei municipi bruciati, né delle auto bruciate, né di porte, né di palazzi.

Noi vogliamo ascoltare il vostro dolore, la vostra rabbia e la vostra angoscia di non sapere dove si trovano i vostri ragazzi.

Vogliamo anche dirvi che noi zapatisti vi abbiamo accompagnati nelle proteste e mobilitazioni che si sono svolte in Messico e nel mondo, anche se sui mezzi di comunicazione prezzolati non appaiono le nostre azioni di dolore e rabbia, ma vogliamo dirvi che vi abbiamo accompagnati con fatti reali e veri.

Per questo vogliamo che ci parliate e noi vogliamo ascoltarvi.

Se avessimo saputo del vostro arrivo qualche giorno prima, oggi ad accogliervi ed ascoltarvi saremmo stati molto più numerosi.

Noi oggi siamo qui in rappresentanza di tutti per accogliervi con tutto il cuore ed ascoltare il vostro dolore e la vostra rabbia.

È tutto.

Testo originale

Traduzione “Maribel” – Bergamo

 

Parole del Comando Generale dell’EZLN, per voce del Subcomandante Insurgente Moisés, al termine dell’incontro con la carovana di familiari di desaparecidos e studenti di Ayotzinapa, nel caracol di Oventik, il giorno 15 novembre 2014.

Madri, Padri e Familiari dei nostri fratelli assassinati e scomparsi a Iguala, Guerrero:

Studenti della Scuola Normale “Raúl Isidro Burgos” di Ayotzinapa, Guerrero:

Fratelli e sorelle:

Ringraziamo di tutto cuore per averci portato la vostra parola.

Sappiamo che per portarci questa parola diretta, senza intermediari, senza interpretazioni estranee, avete dovuto viaggiare molte ore e soffrire la stanchezza, la fame, il sonno.

Sappiamo anche che per voi questo sacrificio è parte del dovere che vi sentite.

Il dovere di non abbandonare i compagni fatti scomparire dai malgoverni, di non venderli, di non dimenticarli.

E’ a causa di questo senso del dovere che avete iniziato la vostra lotta fin da quando non si faceva alcun caso a essa, e i fratelli oggi scomparsi erano catalogati come “capelloni”, “novellini”, “futuri delinquenti che se lo meritavano”, “picchiatori”, “radicali”, “tamarri”, “agitatori”.

Così li hanno chiamati molti di quelli che ora si affollano attorno alla vostra degna rabbia per moda o convenienza, benché allora volessero incolpare della disgrazia la Normale Raúl Isidro Burgos.

C’è ancora chi tenta di farlo da là sopra, con l’intenzione di distrarre e nascondere il vero colpevole.

Per questo senso del dovere avete iniziato a parlare, a gridare, a spiegare, a raccontare, a usare la parola con coraggio, con degna rabbia.

Oggi, nel marasma di parole vane che uno o l’altro sparge sulla vostra degna causa, litigano ora per stabilire chi ha fatto in modo che foste conosciuti, ascoltati, compresi, abbracciati.

Forse non ve l’hanno detto, ma siete stati voi, i familiari e compagni degli studenti morti e scomparsi, a ottenere, con la forza del vostro dolore, e di tale dolore convertito in rabbia degna e nobile, che molte e molti, in Messico e nel Mondo, si sveglino, facciano domande, pongano in questione.

Per questo vi ringraziamo.

Non solo per averci onorato con l’aver portato la vostra parola perché la potessimo ascoltare, umili come siamo: senza rilevanza mediatica, senza contatti con i malgoverni, senza capacità né conoscenze per potervi accompagnare, spalla a spalla, nell’incessante andirivieni di ricerca dei vostri cari, che ormai lo sono anche per milioni di persone che non li hanno conosciuti; senza le parole sufficienti a darvi consolazione, sollievo, speranza.

Anche e soprattutto, vi ringraziamo per il vostro eroico impegno, la vostra saggia caparbietà di nominare i desaparecidos di fronte ai responsabili della loro disgrazia, di domandare giustizia di fronte alla superbia del potente, di insegnare ribellione e resistenza di fronte al conformismo e al cinismo.

Vogliamo ringraziarvi per gli insegnamenti che ci avete dato e ci state dando.

E’ terribile e meraviglioso che familiari e studenti poveri e umili che aspirano a diventare maestri, si siano convertiti nei migliori professori che abbiano visto i cieli di questo paese negli ultimi anni.

Fratelli e sorelle:

la vostra parola per noi è stata ed è una forza.

E’ come se ci abbiate dato un alimento pur essendo lontani, pur non conoscendoci, sebbene ci separassero i calendari e le geografie, cioè il tempo e la distanza.

E vi ringraziamo anche perché ora vediamo, ascoltiamo e leggiamo che altri cercano di zittire la vostra parola dura, forte, quel nucleo di dolore e rabbia che ha messo in moto tutto.

E noi vediamo, ascoltiamo e leggiamo che ora si parla di porte che prima non importavano a nessuno.

Dimenticando che da tempo tali porte sono servite a indicare a quelli di fuori che non erano affatto tenuti in considerazione nelle decisioni che prendevano quelli all’interno.

Dimenticando che ora tali porte sono parte soltanto di un baraccone inservibile, dove si simula sovranità e ci sono solo servilismo e sottomissione.

Dimenticando che tali porte danno soltanto su un grande centro commerciale al quale non accede il popolo che sta fuori, e nel quale si vendono i rottami di quel che in qualche tempo è stata la Nazione messicana.

A noi non interessano queste porte.

Né ci interessa se le bruciano, se le adorano, se le vedono con rabbia, o con nostalgia, o con desiderio.

A noi importano di più le vostre parole.

La vostra rabbia, la vostra ribellione, la vostra resistenza.

Perché là fuori si parla, si discute, si chiosa su violenza e non violenza, lasciando da parte che la violenza si siede tutti i giorni a tavola con la maggioranza delle persone, cammina con loro al lavoro, a scuola, torna con loro a casa, dorme con loro, diventa incubo che è sogno e realtà indipendentemente dall’età, dalla razza, dal genere, dalla lingua, dalla cultura.

E noi ascoltiamo, vediamo e leggiamo che là fuori si discutono colpi di mano di destra e di sinistra, ovvero chi mandiamo via per vedere chi mettiamo al suo posto.

E si dimentica così che l’intero sistema politico è marcio.

Che non è tanto il fatto di avere relazioni con il crimine organizzato, con il narcotraffico, con le molestie, le aggressioni, gli stupri, le botte, le carceri, le sparizioni, gli omicidi, bensì che tutto questo è già parte della sua essenza.

Perché non si può più parlare della classe politica e differenziarla dagli incubi che soffrono milioni di persone in queste terre.

Corruzione, impunità, autoritarismo, crimine organizzato e disorganizzato, sono già negli emblemi, negli statuti, nelle dichiarazioni di principi e nella pratica di tutta la classe politica messicana.

A noi non importano i perché e percome, gli accordi e disaccordi che quelli di sopra imbastiscono per decidere chi si incarica ora della macchina di distruzione e morte in cui si è convertito lo Stato messicano.

A noi importano le vostre parole.

La vostra rabbia, la vostra ribellione, la vostra resistenza.

E noi vediamo, leggiamo e ascoltiamo che là fuori si discutono calendari, sempre i calendari di sopra, con le loro date ingannevoli che nascondono le oppressioni che oggi patiamo.

Perché si dimentica che dietro Zapata e Villa si nascondono quelli che sono rimasti, i Carranza, Obregón, Calles e la lunga lista di nomi che, sul sangue di chi è stato come noi, prolunga il terrore fino ai nostri giorni.

A noi importano le vostre parole.

La vostra rabbia, la vostra ribellione, la vostra resistenza.

E noi leggiamo, ascoltiamo e vediamo che là fuori si discutono tattiche e strategie, i metodi, il programma, il che fare, chi dirige chi, chi comanda e verso dove è orientato.

E si dimentica che le domande sono semplici e chiare: devono ricomparire in vita tutti e tutte, non solo quelli di Ayotzinapa; devono essere puniti i colpevoli di tutto lo spettro politico e di tutti i livelli; e si deve fare il necessario perché non si torni mai più a ripetere l’orrore contro chiunque in questo mondo, anche se non si tratta di una personalità o di qualcuno di prestigio.

A noi importano le vostre parole.

La vostra rabbia, la vostra ribellione, la vostra resistenza.

Perché nelle vostre parole noi ascoltiamo anche noi stessi.

In queste parole ci sentiamo dire e dirci che nessuno pensa a noi, i poveri di sotto.

Nessuno, assolutamente nessuno pensa a noi.

Fanno solo finta di esserci per vedere cosa cavarne, quanto possono crescere, guadagnare, raccogliere, fare, disfare, dire, tacere.

Molti giorni fa, nei primi giorni di ottobre, quando appena appena si iniziava a comprendere l’orrore di ciò che era avvenuto, vi mandammo alcune parole.

Piccole, come da tempo sono di per sé le nostre parole.

Poche parole perché il dolore non trova mai parole sufficienti che lo dicano, che lo spieghino, che lo allevino, che lo curino.

Allora vi dicemmo che non siete soli.

Ma con ciò vi dicemmo non soltanto che vi appoggiavamo e che, seppure lontani, il vostro dolore era nostro, come nostra è la vostra degna rabbia.

Sì, vi dicemmo questo ma non solo questo.

Vi avevamo detto anche che nel vostro dolore e nella vostra rabbia non eravate soli perché migliaia di uomini, donne, bambini e anziani conoscono sulla propria pelle quell’incubo.

Non siete soli sorelle e fratelli.

Cercate le vostre parole anche nei familiari dei bambini e delle bambine assassinati nell’asilo nido ABC nel Sonora; nelle organizzazioni per i desaparecidos nel Coahuila; nei familiari delle vittime innocenti della guerra, persa fin dall’inizio, contro il narcotraffico; nei familiari dei migliaia di migranti eliminati nell’intero territorio messicano.

Cercatele nelle vittime quotidiane che, in ogni angolo del nostro paese, sanno che l’autorità legale è chi picchia, annichila, ruba, sequestra, estorce, stupra, incarcera, uccide, a volte sotto le vesti di organizzazione criminale e a volte come governo legalmente costituito.

Cercate i popoli originari che, da prima che il tempo fosse tempo, serbano la saggezza necessaria a resistere e che conoscono più di chiunque altro il dolore e la rabbia.

Cercate lo Yaqui e si troverà in voi.

Cercate il Nahua e vedrete che la vostra parola sarà accolta.

Cercate il Ñahtó e lo specchio sarà mutuo.

Cercate coloro che hanno innalzato queste terre e con il loro sangue hanno partorito questa Nazione fin da prima che la chiamassero “Messico”, e saprete che di sotto la parola è ponte che attraversa senza timore.

Perciò ha forza la vostra parola.

Nelle vostre parole si sono visti riflessi in milioni.

Molti lo dicono, anche se la maggior parte lo tace ma fa suo il vostro reclamare e dentro di sé ripete le vostre parole.

Si identificano con voi, con il vostro dolore e la vostra rabbia.

Sappiamo che molti vi richiedono, vi esigono, vi domandano, vi vogliono portare da una parte o dall’altra, vi vogliono usare, vi vogliono comandare.

Sappiamo che è molto il frastuono che vi scagliano contro.

Noi non vogliamo aggiungere frastuono al frastuono.

Noi vogliamo solo dirvi di non lasciar cadere la vostra parola.

Non lasciatela cadere.

Non affievolitela.

Fatela crescere perché si elevi al di sopra del frastuono e della menzogna.

Non abbandonatela perché in lei prosegue non solo la memoria dei vostri morti e desaparecidos, ma cammina anche la rabbia di chi oggi è di sotto perché gli altri siano di sopra.

Sorelle e fratelli:

Noi pensiamo che forse sapete già che può succedere che rimaniate soli, e che siate preparati.

Che può succedere che quelli che ora si affollano su di voi per usarvi a proprio beneficio, vi abbandonino e corrano altrove alla ricerca di un’altra moda, di un altro movimento, di un’altra mobilitazione.

Noi vi parliamo di ciò che conosciamo perché è già parte della nostra storia.

Fate conto che siano 100 quelli che ora vi accompagnano nelle vostre richieste.

Di questi 100, 50 vi sostituiranno per la moda che verrà al prossimo giro di calendario.

Dei 50 che resteranno, 30 compreranno l’oblio che fin d’ora si offre a pagamenti rateali e si dirà di voi che ormai non esistete, che non avete combinato nulla, che siete stati una farsa per distrarre da altre cose, che siete stati un’invenzione del governo affinché non facesse progressi il tal partito o il tal personaggio politico.

Dei 20 rimanenti, 19 fuggiranno impauriti al primo vetro rotto perché le vittime di Ayotzinapa, di Sonora, di Coahuila, di qualsiasi geografia, restano nei mezzi di comunicazione solo un momento e possono scegliere di non vedere, di non ascoltare, di non leggere, girando pagina, cambiando canale o stazione, ma un vetro rotto è, in cambio, una profezia.

E allora, di 100 vedrete che ne resterà solo uno, una, unoa.

Ma questa una o uno o unoa, si è scoperta nelle vostre parole; ha aperto il suo cuore, come diciamo noi, e in quel cuore si sono seminati il dolore e la rabbia della vostra indignazione.

Non soltanto per i vostri morti e desaparecidos, ma anche per quell’uno, una, unoa tra cento, dovete andare avanti.

Perché quell’una o uno o unoa, come voi, non si arrende, non si vende, non zoppica.

Come parte di quell’uno per cento, magari la più piccola, stiamo e staremo noi zapatiste e zapatisti.

Ed allora, vedrete che dei 100 ne resterà solo uno, una, unoa.

Ma non solo.

Ci sono molte, molti, moltei di più.

Perché risulta che i pochi sono pochi finché si incontrano e si scoprono in altri.

Allora accadrà qualcosa di terribile e meraviglioso.

E quelli che si credevano pochi e soli, scopriranno che siamo la maggioranza in tutti i sensi.

E che sono quelli di sopra a essere pochi, in verità.

E allora bisognerà ribaltare il mondo perché non è giusto che i pochi dominino i molti, le molte.

Perché non è giusto che ci siano dominatori e dominati.

Sorelle e fratelli:

Tutto questo diciamo noi, secondo i nostri pensieri che sono le nostre storie.

Voi, nelle vostre storie, ascolterete molti altri pensieri, così come ora ci fate l’onore di ascoltare i nostri.

E voi avete la saggezza per prendere ciò che ci trovate di buono e disfarvi di ciò che vedete di male in tali pensieri.

Noi come zapatisti pensiamo che i cambiamenti che importano davvero, che sono profondi, che creano altre storie, sono quelli che iniziano con i pochi e non con i tanti.

Però sappiamo che voi sapete che sebbene passerà di moda Ayotzinapa, che sebbene falliranno i grandi piani, le strategie e le tattiche, che sebbene passeranno le congiunture e diverranno di moda altri interessi e altre forze, che sebbene se ne andranno quelli che oggi si agglomerano su di voi come animali da carogna che prosperano sul dolore altrui; sebbene tutto questo passerà, voi e noi sappiamo che c’è in ogni luogo un dolore come il nostro, una rabbia come la nostra, un impegno come il nostro.

Noi come zapatisti che siamo vi invitiamo ad andare da questi dolori e queste rabbie.

Cercateli, incontrateli, rispettateli, parlateci e ascoltateli, scambiate i vostri dolori.

Perché noi sappiamo che quando dolori differenti si incontrano non germinano in rassegnazione, tristezza e abbandono, bensì in ribellione organizzata.

Sappiamo che nel vostro cuore, indipendentemente dalle vostre credenze e dalle vostre ideologie e organizzazioni politiche, ad animarvi è la richiesta di giustizia.

Non spezzatevi.

Non dividetevi, a meno che non sia per arrivare più lontano.

E soprattutto, non dimenticate che non siete soli.

Sorelle e fratelli:

Con le nostre piccole forze ma con tutto il nostro cuore abbiamo fatto e faremo il possibile per appoggiare la vostra giusta lotta.

Non è stata molta la nostra parola perché abbiamo visto che ci sono molti interessi, dei politici di sopra in prima fila, che vi vogliono usare a proprio gusto e convenienza, e non ci sommiamo né ci sommeremo al volo rapace degli opportunisti svergognati ai quali non importa nulla che ricompaiano in vita quelli che mancano ora, bensì importa portare acqua al mulino della loro ambizione.

Il nostro silenzio ha significato e significa rispetto perché la dimensione della vostra lotta è gigante.

Perciò i nostri passi sono stati in silenzio, per farvi sapere che non siete soli, perché sappiate che il vostro dolore è il nostro e nostra è anche la vostra degna rabbia.

Perciò le nostre piccole luci si sono accese dove nessuno, a parte noi, ne teneva conto.

Chi vede come poca cosa o ignora questo nostro sforzo, e reclama ed esige che parliamo, che dichiariamo, che aggiungiamo rumore al rumore, è un razzista che disprezza ciò che non appare di sopra.

Perché è importante che voi sappiate che vi appoggiamo, ma è importante anche che noi sappiamo di appoggiare una causa giusta, nobile e degna, così come lo è quella che ora anima la vostra carovana per tutto il paese.

Perché questo, sapere che appoggiamo un movimento onesto, per noi è alimento e speranza.

Sarebbe un male se non ci fosse alcun movimento onesto, e che in tutto il grande sotto che siamo si fosse replicata la farsa grottesca di sopra.

Noi pensiamo che chi punta su un calendario di sopra o su una scadenza, vi abbandonerà quando apparirà una nuova scadenza all’orizzonte.

Avendo fiutato una congiuntura per la quale nulla hanno fatto e che all’inizio hanno disprezzato, aspettano che “le masse” gli aprano la strada al Potere e che un uomo supplisca a una altro uomo di sopra mentre sotto non cambia niente.

Noi pensiamo che le congiunture che trasformano il mondo non nascono dai calendari di sopra, ma sono create dal lavoro quotidiano, tenace e continuo di coloro che scelgono di organizzarsi invece di unirsi alla moda di turno.

Certo, ci sarà un cambiamento profondo, una trasformazione reale in questo e in altri territori dolenti del mondo.

Non una ma molte rivoluzioni dovranno scuotere il pianeta.

Ma il risultato non sarà un cambio di nomi e di etichette per cui quello di sopra continui a stare di sopra a spese di chi sta sotto.

La trasformazione reale non sarà un cambio di governo, ma di relazione, per la quale il popolo comandi e il governo obbedisca.

Per la quale essere governo non sia un affare.

Per la quale essere donne, uomini, altri, bambine, bambini, anziani, giovani, lavoratori o lavoratrici della campagna e della città, non sia un incubo o un trofeo di caccia per il piacere o l’arricchimento dei governanti.

Per la quale la donna non sia umiliata, l’indigeno disprezzato, il giovane desaparecido, il diverso dipinto come un diavolo, l’infanzia resa una merce, la vecchiaia accantonata.

Per la quale il terrore e la morte non regnino.

Per la quale non ci siano né re né sudditi, né padroni né schiavi, né sfruttatori né sfruttati, né salvatori né salvati, né leader né seguaci, né comandanti né comandati, né pastori né pecore.

Sì, sappiamo che non sarà facile.

Sì, sappiamo anche che non sarà rapido.

Sì, ma sappiamo bene anche che non sarà un cambiamento di nomi e d’insegne nell’edificio criminale del sistema.

Ma sappiamo che sarà.

E sappiamo anche che voi e tutti gli altri troverete i vostri desaparecidos, che ci sarà giustizia, che per tutti quelli che hanno sofferto e soffrono questa pena ci sarà il sollievo di avere risposte al perché, cosa, chi e come, e su queste risposte non solo si costruirà il castigo dei responsabili, ma anche il necessario affinché non si ripeta e che l’essere giovane e studente, o donna, o bambino, o migrante, o indigeno, eccetera, non sia un marchio attraverso il quale il boia di turno identifichi la sua prossima vittima.

Sappiamo che così sarà perché abbiamo ascoltato qualcosa che abbiamo in comune, tra le moltre altre cose.

Perché sappiamo che voi e noi non ci venderemo, non zoppicheremo e non ci arrenderemo.

Fratelli e sorelle:

Da parte nostra vogliamo soltanto che portiate con voi questo pensiero che vi diciamo dal fondo del nostro cuore collettivo:

Grazie per le vostre parole, sorelle e fratelli.

Ma soprattutto, grazie per la vostra lotta.

Grazie perché, sapendo di voi, sappiamo che già si vede l’orizzonte…

Democrazia!

Libertà!

Giustizia!

Dalle montagne del Sudest Messicano.

Per il Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno- Comando Generale dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.

Subcomandante Insurgente Moisés.

Messico, a 15 giorni del mese di novembre 2014, nell’anno 20 dall’inizio della guerra contro l’oblio.

Traduzione a cura dell’Associazione Ya Basta! Milano

Testo originale

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Benvenuti in Messico: desaparecidos e morti di #Ayotzinapa #Fueelestado

Pubblicato il 8 novembre 2014 · in Osservatorio America Latina ·

di Fabrizio Lorusso

Nel Messico della NarcoGuerra il numero di turisti, paradossalmente, cresce senza tregua. Nel 2013 è stata toccata la cifra record di 24 milioni di visitatori. Le meraviglie in terra azteca sono innumerevoli. A Città del Messico la colonia Roma è una zona rinomata e frequentata, un’isola felice che sta su tutte le guide di viaggio. Si trova a ridosso del centro storico e dalla mattina presto brulica di umanità. I suoi caffè si popolano di avventori autoctoni e stranieri, un flusso ininterrotto che continua fino a sera. Le truppe di spazzini comunali e pepenadores, meticolosi riciclatori di spazzatura che lavorano in proprio, si lanciano per le strade. Il traffico monta. Non è un quartiere chic ma nemmeno decadente, mantiene un sapore antico e un retrogusto genuino di messicanità e una varietà di locali per tutti i gusti. Ti siedi a fare colazione in un merendero. Sul ciglio della strada, a dieci metri dalla caffetteria, c’è un pezzo di carne sanguinolento, ma non te ne accorgi. Sarà un sacco dell’immondizia.

Allucinazioni?

Sono le 10 del mattino del 6 novembre, le piogge non battono più, splenderà il sole fino a maggio. Le vie Anahuac e Quintana Roo si svegliano al ritmo di clacson e strilloni. Arrivano un piatto fumante di uova con chili e pomodori tagliuzzati accompagnato da un succo d’arancia. Guardi in giro e adesso sì, noti qualcosa di strano. Ti alzi, t’avvicini, sei a pochi metri, e ti accorgi che si tratta di un cadavere. Non è intero, è un mezzo corpo, un torso umano, abbandonato senz’anima. Non capisci se è un uomo o una donna, ma di certo è una vittima, un “effetto collaterale” del conflitto interno e della violenza. Ora è un banchetto per i reporter sensazionalisti e per i ratti che si sporgono dai tombini, intimiditi dall’arrivo delle prime pattuglie e dai periti della procura. Ti resta l’immagine impressa, nessuno nei paraggi ha visto niente. Da dove è venuto quel corpo? Oggi decidi di digiunare, paghi e rimandi la colazione a un’altra vita. Pensi alle fosse comuni del Guerrero, del Tamaulipas, di Veracruz, della frontiera statunitense, del centro, del Nord, del Sud, del Messico tutto. Pensi agli oltre 2000 corpi scoperti sottoterra in pochi mesi, alle 250 fosse clandestine ritrovate in meno di un paio d’anni, e alle migliaia di cadaveri ancora sepolti che non saranno mai identificati. Ai familiari che non avranno mai pace.

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III Giornata Globale per Ayotzinapa

Il 5 novembre il centro della capitale è invaso da una massa animata e sfidante. Il grido di dolore dei genitori delle vittime della strage di Iguala del 26 settembre e dei desaparecidos entra in risonanza con la rabbia di studenti, professori, collettivi, ONG, sindacati, artisti, cittadini e lavoratori. Sfonda il torpore dei mass media, s’espande in mezzo mondo, mette in dubbio il ronzio fastidioso delle menzogne governative e propaga i suoi slogan, innalza i suoi cartelli, portatori di desolanti verità: #AyotzinapaSomosTodos (“Ayotzinapa siamo tutti”) e #Fueelestado (“La colpa è dello stato”) sono hashtag, scritte sui muri e striscioni che significano solidarietà e denuncia. E in effetti, anche se a fasi alterne e con diverse intensità, le proteste e le iniziative in Messico e in tutto il mondo non smettono di far parlare del “caso Iguala” e degli studenti della scuola normale rurale “Raul Isidro Burgos” di Ayotzianapa, la peggiore mattanza di studenti dopo la notte di piazza Tlatelolco a Città del Messico quando, il 2 ottobre 1968, l’esercito sparò sui manifestanti e fece oltre 300 vittime.

Un centinaio di migliaia di manifestanti marcia per le strade della città, dalla residenza presidenziale de Los Pinos al Zocalo, l’enorme piazza centrale, passando per la Avenida Reforma, per esigere al governo il ritrovamento dei 43 studenti della scuola normale di Ayotzinapa, stato del Guerrero, sequestrati nella notte del 26 settembre dalla polizia di Iguala e del vicino paese di Cocula e poi consegnati ai narcotrafficanti del cartello locale Guerreros Unidos. I dimostranti chiedono un giusto castigo per i responsabili della mattanza di tre studenti e altre tre persone commessa quella stessa notte e il ritrovamento dei desaparecidos. La terza giornata di azione globale per Ayotzinapa ha mosso coscienze da Torino a Padova, da Zacatecas a Londra e Strasburgo.

Scioperi e denunce

Il governatore dello stato del Guerrero, Angel Aguirre, ha chiesto un “permesso” di sei mesi che il parlamento locale gli ha accordato il 25 ottobre, ma non s’è formalmente dimesso. Diciamo che ha deciso di autosospendersi per un semestre prima di decadere naturalmente, dato che si terranno le elezioni del nuovo governatore nel 2015, e di lasciare l’incarico a Salvador Rogelio Ortega Martinez, segretario generale dell’ateneo Universidad Autonoma de Guerrero e indicato come vicino ai gruppi guerriglieri della regione. Gran parte delle università del paese vota per lo sciopero: gli studenti decretano la sospensione delle attività per tre giorni, da mercoledì 5 a venerdì 7 novembre, in attesa di nuove mosse.

Il movimento d’occupazione dell’IPN, Instituto Politecnico Nacional, continua. L’ateneo è ancora senza rettore. Le negoziazioni col governo per i nuovi regolamenti e la concessione dell’autonomia all’istituto traballano, si rinviano, ma proseguono. “I cittadini devono cominciare a scendere in piazza e a paralizzare il sistema economico pacificamente, obbligandoli puntualmente a cominciare la pulizia dello stato messicano”, sostiene l’accademico, esperto di narcotraffico e sicurezza internazionale, Edgardo Buscaglia. E ribadisce quanto sia necessaria un’azione di azzeramento e “pulizia totale”, l’imposizione di una nuova agenda dal basso contro la corruzione, i narcos, le istituzioni marce e i loro rappresentanti. “Il nuovo patto per la sicurezza non lo deve fare il governo ma la società ne deve dettare i termini”. Il presidente messicano Peña Nieto ha proposto un patto per la sicurezza molto vago, dopo mesi di negazione del problema.

Ogni giorno che passa senza che nulla di sicuro si sappia del destino dei 43 studenti di Ayotzinapa mette sempre più in imbarazzo le autorità che ormai stanno esaurendo tutte le scuse e i colpi mediatici ad effetto per provare a distrarre l’attenzione dal vero problema che, in fondo, è lo stato stesso, il sistema politico corrotto e la penetrazione delle mafie a tutti i livelli, tanto che è ormai legittimo parlare di “Narco-Stato”. Secondo alcune stime, divulgate da Buscaglia, il 67% dei comuni messicani è infiltrato dai narcos e la situazione, quindi, è sfuggita di mano dal livello locale a quelli statale/regionale, nazionale e federale. 6800 soldati, 900 membri della marina e 1870 poliziotti federali sono impegnati nelle ricerche.

Nuovi racconti dei narcos arrestati: li abbiamo bruciati

A sorpresa, nel pomeriggio del 7 novembre, il procuratore generale della repubblica, Jesus Murillo Karam, tiene una conferenza stampa. In mattinata ha incontrato i genitori delle vittime a cui ha comunicato “notizie delicate” in una riunione definita come “tranquilla, dolorosa, molto triste”. Tre membri del cartello Guerreros Unidos hanno confessato di aver ricevuto e giustiziato gli studenti che gli erano stati portati dai poliziotti municipali di Iguala e Cocula il 26 settembre. Patricio Reyes, Jonathan Osorio e Agustín García Reyes, arrestati otto giorni fa, sono i rei confessi. Non è la prima volta che alcuni narcos e poliziotti raccontano i fatti di Iguala dalla prigione. I primi racconti del mese di ottobre sono stati smentiti dai fatti e dalle ricerche per cui anche questi vanno presi con le pinze. Nel paese dei montaggi televisivi e della fabbrica dei colpevoli è saggio aspettare.

Alcuni ragazzi, una quindicina, sarebbero arrivati nelle mani dei narcos già morti, asfissiati. Gli altri, secondo le dichiarazioni, sarebbero stati interrogati e in seguito bruciati per 15 ore nella discarica della spazzatura di Cocula. Un rogo alimentato a turno dai delinquenti con gomme, legna, benzina e plastica per eliminare tutte le tracce della strage. “Li hanno seppelliti con tutto ciò che avevano, li han bruciati con tutti i vestiti”, riporta Karam. “I periti che hanno analizzato il luogo hanno trovato frammenti di resti umani”, specifica.

 

Il pubblico assiste in silenzio alla conferenza, sbigottito, per l’ennesima volta. I video, le mappe della regione di Iguala, le testimonianze e gli interrogatori passano in sequenza sullo schermo controllato dal procuratore. La sua voce è seria, compunta. Uno dei narcos, noto come il “Terco”, il testardo, avrebbe ordinato di fratturare le ossa già calcinate, di raccoglierle in sacchi e scaraventarle giù da un burrone per farle rotolare fino al fiume San Juan. La procura conferma che “sono stati trovati dei sacchetti con resti umani all’interno” che saranno inviati in Austria per realizzare degli studi mitocondriali. Non si sa quando avremo notizie certe, gli studi possono durare giorni, anzi settimane, forse mesi, e sono complicatissimi. Insomma, ufficialmente i 43 normalisti sono ancora desaparecidos.

Queste dichiarazioni potrebbero cambiare il panorama delle indagini e gettano nello sconforto, ma anche nell’incertezza, l’intero paese. Nelle ultime settimane, dopo l’arresto di 36 narco-poliziotti dei comuni di Iguala e Cocula, di 27 narcotrafficanti e dei boss dei Guerreros Unidos, i fratelli Sidronio e Mario Casarrubias, e la rinuncia del governatore, s’è aggiunto anche un altro tassello, senza dubbio importante, ma in fin dei conto poco determinante ai fini delle indagini sugli studenti rapiti dalla polizia. Infatti, il giorno prima della manifestazione, verso le 2 e 30 del mattino del 4 novembre, la polizia federale ha arrestato José Luis Abarca, sindaco di Iguala, e sua moglie María Pineda, presunti autori intellettuali della strage degli studenti di Ayotzinapa e della scomparsa di 43 loro compagni.

L’arresto del sindaco Abarca e di sua moglie

Dopo i primi interrogatori la procura generale della repubblica ha confermato l’incarcerazione all’ex primo cittadino, accusato di omicidio e della scomparsa dei 43 normalisti, mentre la sua consorte rimane agli arresti domiciliari. Ma insieme a loro è stata catturata anche una ragazza. Si chiama Noemì Berumen ed è accusata di averli nascosti e protetti nella casa di suo padre, Salvador Berumen, situata nella zona periferica e labirintica di Iztapalapa, in cui la coppia ha vissuto per alcune settimane. Il padre di Noemì è un imprenditore edile, proprietario della Berumen Gruas (“gru”, in spagnolo) e contrattista del comune di Città del Messico e del partito che lo amministra, il PRD (Partido Revolucion Democratica, centro-sinistra). Grazie a questi scandali e al fatto che il sindaco Abarca e l’ex governatore Aguirre sono proprio del PRD, il partito di governo, il PRI (Partido Revolucionario Institucional), sta cercando di portare acqua al suo mulino, in vista delle elezioni intermedie (parlamentari e di alcuni governi locali) previste a metà del prossimo anno.

Molti sono i mass media allineati che stanno provvedendo a distruggere l’immagine, già deteriorata dalle faide interne, del principale partito che, a fasi alterne, si può considerare d’opposizione. All’estero, invece, quando se ne parla, la tendenza generale sembra essere quella di emettere condanne “soft” contro il Messico per il suo scarso rispetto dei diritti umani e per il massacro di Iguala, anche se poi questo accadimento non viene contestualizzato ed è considerato alla stregua di un conflitto locale, di un episodio circoscritto e risolvibile, come se il paese non fosse immerso in una delle peggiori crisi di governabilità e sicurezza della sua storia, dopo 8 anni di narcoguerra e militarizzazione.

Narco-Sindaco e Narco-(Aspirante)-Sindachessa

La loro fuga è durata un mese, una settimana e un giorno. La notte del massacro i coniugi Abarca ballavano in una festa, a Iguala, mentre la polizia bloccava i normalisti e li consegnava ai narcos. Non volevano che, durante un evento tra il mondano e il politico organizzato dalla signora Maria Pineda, si ripetesse la brutta figura che avevano fatto nel luglio 2013, quando gli studenti di Ayotzinapa erano accorsi per protestare per gli omicidi degli attivisti della Unidad Popular, organizzazione osteggiata dal sindaco Abarca. Tanto osteggiata che il narco-sindaco, secondo un testimone oculare, aveva sparato a uno di loro, Arturo Hernandez Cardona, uccidendolo a sangue freddo.

Quella sera, l’ordine di fermare gli studenti è arrivata via radio. José Luis Abarca si faceva chiamare A-5, nome in codice. Sei morti, cioè tre studenti, un autista, un giocatore di calcio e una signora che viaggiava su un taxi, non bastavano. Ci voleva una lezione per i normalisti “rivoltosi”. E la polizia esegue, i narcos eseguono, i narcos sono la polizia che è il sindaco, che è il capo degli sbirri, che poi si chiama Felipe Flores Vazquez ed è latitante, e che è lo stato. Con calma, sabato 27 settembre, mentre probabilmente i corpi degli alunni della normale stavano bruciando in un immondezzaio comunale nella vicina località di Cocula, il sindaco si degna di rispondere alla chiamata delle autorità statali e dice che non sa niente di niente.

Il 30 chiede un permesso e se ne va, fugge con la moglie finché entrambi non vengono scovati in una casa della periferia della capitale, il 4 novembre. La signora Pineda-Abarca operava per conto dei narcos dei Gurreros Unidos e gestiva i fondi comunali per lo “sviluppo sociale”. “Quest’associazione mafiosa riceveva dal sindaco 2-3 milioni di pesos regolarmente”, spiega il procuratore capo, “ogni mese, ogni due mesi, ogni semestre, e di questi soldi almeno 600mila pesos erano destinati al controllo della polizia locale e i delinquenti decidevano anche chi poteva entrare a far parte della polizia”. Maria Pineda voleva fare la sindachessa, stava già preparando la sua candidatura insieme al marito. Quante Maria Pineda ci sono in Messico?

Distrazione

L’arresto di Abarca e della moglie rischia di diventare un elemento di distrazione, una scusa per non andare a fondo nelle ricerche dei 43 studenti ma soprattutto nello svelamento di quelle reti di connivenza politica delinquenziale che hanno provocato questa e migliaia di altre mattanze negli ultimi anni in Messico. Le decine di cadaveri rinvenute nelle fosse comuni nei dintorni di Iguala e Cocula stanno lì a ricordarci che oltre 100mila morti e 27mila desaparecidos in 7-8 anni non possono venire cancellati dalla martellante propaganda governativa e dallo sforzo diplomatico delle ambasciate messicane nel mondo.

Il giallo della casa in cui sono stati arrestati i coniugi e i loro nessi con la famiglia Bermuden, così come la storia di questo narco-sindaco-pistolero e di sua moglie, sorella di quattro narcotrafficanti, tre assassinati e uno latitante (vedi immagine), e presumibilmente coinvolta negli affari criminosi del marito, costituiscono nuovi tasselli del puzzle, ma oramai il quadro generale è stato rivelato e i nodi vengono al pettine. Le vene aperte del Messico e del caso Iguala/Ayotzinapa non possono confluire semplicemente nello stato del Guerrero ma trasportano il loro sangue fino a tutti gli apparati del sistema della narco-politica e di un narco-stato assuefatto alla violenza come strumento di repressione, controllo e gestione del potere.

E’ stato lo Stato

Tanto le testimonianze degli studenti sfuggiti all’attacco come vari documenti ufficiali, elaborati dalla procura del Guerrero, confermano che alcuni membri dell’esercito, della polizia federale e di quella statale erano presenti quando gli studenti sono stati aggrediti e, prima che venissero rapiti e fatti sparire, non gli hanno prestato aiuto. Anzi, li hanno perquisiti, fotografati, spogliati, ignorati quando chiedevano assistenza medica e accusati di essersela cercata prima di lasciarli in balia dei narcos. Persino i tassisti avevano l’ordine di non aiutare gli studenti. Lo stato c’era, non ha agito e ha addirittura facilitato il lavoro sporco della autorità locali e della criminalità organizzata.

Il direttore per le Americhe di Human Rights Watch (HRW), José Miguel Vivanco ha segnalato in conferenza stampa che gli accadimenti di Iguala sono frutto dell’impunità che regna in Messico da tanti anni e che il presidente ha reagito tardi: “Peña Nieto ha reagito quattro giorni dopo i fatti e l’ha fatto tardi e male perché ha parlato del problema come se si trattasse del Guatemala e invece siamo in Messico. Doveva muovere in quel momento tutti i mezzi e le risorse per impedire quanto successo”. I familiari e le organizzazioni della società civile, insieme ai movimenti sociali, si sono occupate di risvegliare l’attenzione su quanto stava succedendo e di spingere alla ricerca dei desaparecidos e al chiarimento degli eventi. “I diritti umani e la sicurezza pubblica non sono temi prioritari per il governo attuale, infatti sono temi tossici che arrecano un danno all’immagine del paese”, ha spiegato Vivanco.

Volti noti, ma non si interviene

Mario Pineda, El MP, e Alberto Pineda Villa, El Borrado, fratelli di María de los Ángeles Pineda Villa da anni sono volti noti. Sono coinvolti nella operazione pulizia, la Operación Limpieza, condotta nel 2008 dal governo federale in quanto pagatori o operatori finanziari del cartello dei Beltran Leyva, incaricati di versare 450mila dollari al mese a funzionari della procura generale della repubblica, secondo quanto dichiarato dal giornalista esperto di narcotraffico José Reveles. Lo scrittore ha parlato di soldi “per le coperture, per essere avvisati di quando c’erano operazioni di polizia, per essere tenuti informati e protetti”. Anche un documento del 29 luglio 2014 li segnala come alleati de “La Barbie”, il boss Edgar Valdez Villarreal.

I due Pineda Villa avrebbero anche dato 150mila dollari al mese al responsabile della sicurezza dello stato del Morelos, Luis Angel Cabeza de Vaca, secondo quanto riportato dalle conclusioni dell’accusa e dalle testimonianze dello stesso Valdez Villareal. “Il crimine organizzato è arrivato a comprare una franchigia chiamata ‘Comune’”, spiega Reveles. Il sindaco Abarca, tra l’altro, ha sostenuto la campagna elettorale del governatore Aguirre e, insieme a sua moglie, ha costruito un piccolo impero di gioiellerie, negozi e un mini-centro commerciale sparsi tra Iguala e la frontiera con gli USA, il che fa pensare a un business funzionale al riciclaggio di denaro sporco.

Tentativi presidenziali

Il presidente Peña ha presentato l’arresto del sindaco e della moglie come un passo che “contribuirà a chiarire il caso Iguala in modo decisivo” e ha parlato della “cattura dei responsabili”. In realtà non è così. Il caso non è chiuso e le manifestazioni di questi giorni lo dimostrano. Il tassello fondamentale sono i 43 studenti scomparsi che, nonostante le dichiarazioni dei narcos e la conferenza stampa del procuratore, continuano comunque a restare ufficialmente, secondo lo stesso Murillo Karam, “desaparecidos”. Peña ha proposto agli altri partiti e alla società un “patto per la sicurezza”. Lo fa solo ora, dopo aver sottovalutato il problema per quasi due anni, dopo aver tralasciato il tema dell’impunità, del sistema giudiziario viziato e politicizzato e dopo aver nascosto i morti del conflitto interno sotto il tappeto di casa. I familiari hanno incontrato il presidente. Peña li ha ascoltati e ha dialogato. “Gli stessi discorsi di sempre”, “Non ci sono risultati”, hanno detto i genitori deli studenti dopo l’incontro.

 

Alla fine della manifestazione del 5 novembre, durante il comizio finale, i genitori hanno addirittura anticipato l’annuncio del procuratore, annunciando che questi avrebbe presto “risolto il caso” rivelando nuovamente la morte degli studenti e prolungando indefinitamente la raccolta di prove scientifiche che la certificano. “Vogliamo dirvi che non accetteremo che venga fuori il presidente, in una conferenza stampa che sta per annunciare, a dire che nostri figli sono morti”, afferma uno di loro. “Solo vorrei dire al signor Peña Nieto che doveva firmare un accordo per far venire dall’estero dei periti per le ricerche e non l’ha fatto”, dice un altro. E’ un coro di critiche. “In una riunione che abbiamo avuto con il procuratore ci dicono che il sindaco Abarca è innocente perché stava dormendo e non s’è accorto di nulla”, impreca un altro familiare. Una madre conclude: “Facciamo un appello a tutta la cittadinanza affinché non ci lascino soli, rivogliamo vivi i nostri figli, vogliamo giustizia”.

Domande

Di chi sono i 30 cadaveri trovati nelle fosse comuni intorno ad Iguala se, come già dimostrato, non sono quelli degli studenti? Dove sono i responsabili nelle file della polizia che nel 2011 uccisero altri due studenti della normale di Ayotzinapa? Perché, se la procura già nel 2008, nel 2009 e nel 2013 aveva avuto modo di verificare i precedenti criminali di J. L. Abarca e consorte ed era a conoscenza del patto d’impunità in vigore nel Guerrero e a Iguala, non è intervenuta? La strage di Iguala si poteva evitare, così come tante altre. Quanti altri comuni in Messico sono nelle stesse condizioni e nessuno interviene? Quanti sono amministrati dal PRI? Quanti dal PRD o dal PAN (Partido Accion Nacional, di destra)?

Perché le autorità, i militari e gli altri corpi della polizia presenti il 26-27 settembre a Iguala hanno lasciato che i narcos e la polizia locale agissero indisturbati? Perché i narcos imprigionati raccontano versioni diverse ogni due settimane su come e dove avrebbero ucciso gli studenti e nascosto i loro resti? Come mai due importanti personaggi del PRD come Angel Aguirre e René Bejarano sapevano delle reti di narco-politica e non hanno impedito la degenerazione della situazione? La risoluzione di un caso di desaparicion forzata si conclude con la scoperta del luogo in cui si trova, viva o morta, la persona scomparsa, con la definizione completa delle responsabilità e il castigo di tutti i responsabili. Può lo stato messicano processare e punire se stesso? Ayotzinapa #FueElEstado. In tanti l’hanno scritto sulle pareti di decine di città messicane e sull’asfalto delle piazze. E il mondo comincia a crederci e ripete il grido: “¡Vivos se los llevaron, vivos los queremos!”.

http://www.carmillaonline.com/2014/11/08/benvenuti-in-messico-desaparecidos-e-morti-di-ayotzinapa-fueelestado/

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DF

Dopo la caduta

Gustavo Esteva

Giulio Cesare si trovò improvvisamente di fronte al suo assassino. La sua vita finiva. Non sappiamo se nella sua mente passarono le immagini di suo figlio di soli tre mesi; della sua compagna Marisa; della sua famiglia. Quello che sappiamo è che dal suo cuore sgorgò un impulso incontenibile di coraggio e degna rabbia: gli sputò in faccia. Poco dopo, gli strapparono la pelle dal volto.

Di questa pasta sono fatti quei giovani. Di questa dimensione è il nostro dolore.

La degradazione umana che si rivela in quel furore criminale e quanto fatto ai nostri 43 è atroce. È tanto profonda e grave come la degradazione istituzionale in ogni ordine e grado e che si è mostrata apertamente ad Ayotzinapa. È stato lo Stato, ha detto lo Zócalo.

L’indignazione che è cresciuta tra noi ha creato un momento peculiare, forse senza precedenti. Spuntano come funghi, dappertutto, spazi di riflessione. Stiamo pensando l’impensabile, quello che non riuscivamo o non volevamo pensare.

Ci prendiamo innanzitutto le nostre responsabilità. Ci domandiamo com’è che siamo arrivati a tali estremi di degradazione personale e collettiva. Non è accaduto all’improvviso. È stato un lungo processo di decadenza. Perché l’abbiamo permesso?

Molti hanno alzato le spalle; non hanno sentito che il problema era loro o non sapevano che cosa fare. Ma molti altri ci siamo mobilitati. Ora stiamo riflettendo su quello che forse abbiamo fatto male.

È quasi vergognoso ammettere di aver bussato alle porte sbagliate. Gli olmi non producono pere. Ce lo dissero anni fa quelli di Occupy Wall Street: si presentano richieste al governo solo quando si crede che possa soddisfarle. È inutile farlo con chi rappresenta solo l’uno percento e sono del tipo di quelli che stanno manifestando. Si fa nostro il grido argentino del 2001: ¡Que se vayan todos! [Che se ne vadano via tutti!].

L’abbiamoo ripetuto, ciononostante, dobbiamo rimangiarci le parole. Che cosa accadrebbe se all’improvviso se ne andassero via tutti quanti, per qualche cataclisma istituzionale? C’è chi ha la risposta facile: Mettiamoci i nostri. Se ci fossero, miracolosamente, le dimissioni del Presidente, porterebbero nel 2015 l’illusione del 2018. Ma questa fantasia che fino a poco tempo fa attraeva milioni di persone, trova sempre meno eco. Non è dimostrato che gli altri siano più competenti o meno corrotti. Inoltre, anche attribuendo le più alte qualità immaginabili al leader che guiderebbe questa sostituzione, il ricambio sarebbe pericoloso: creerebbe l’illusione che la questione è risolta, che lui metterebbe le cose a posto.

A questo punto la riflessione arriva dove doveva arrivare, ciò che era impensabile fino a poco tempo fa. Non si tratta solo delle persone, di quelle canaglie. Quello che abbiamo permesso che accadesse è che le istituzioni stesse si degradassero. Per prima cosa hanno smesso di svolgere la loro funzione. Poi hanno cominciato a fare il contrario di quello che devono fare. Ora servono solo a dominare, controllare, rubare, distruggere…

Non basta sostituire dirigenti o realizzare riforme. Licenziare poliziotti, come si fa quotidianamente, moltiplica solo delinquenti. L’alternanza, con cui abbiamo già avuto governanti ed amministrazioni di tutti i partiti, ha dimostrato chiaramente che può essere peggio della continuità.

Quindi? Qui inizia la riflessione che ci mancava. E’ chiaro che dobbiamo smantellare questi apparati, cominciando a sopprimere la necessità che esistano. Affinché non si generi l’impressione che così si produrrebbe un vuoto abissale, dobbiamo definire con chiarezza quello che dovremmo fare.

Viviamo ormai nel caos, nell’incertezza, nel malgoverno, questo fango in cui non riusciamo più a distinguere tra il mondo del crimine e quello delle istituzioni. Si vive ormai, come diceva mia nonna, con Gesù in bocca. Ho appena visto un graffito pertinente: Quando la tirannia è legge, la rivoluzione è ordine. È quello che vogliamo. Poter governare i comportamenti e gli eventi. Poter vivere in pace, in tranquillità, invece di essere continuamente esposti a disastri ed atrocità… Ma abbiamo bisogno che le regole della convivenza non vengano dal governo né dalle corporazioni, che ora sono lo stesso fango, bensì da noi stessi. Non si tratta di sopprimere ogni autorità o liquidare servizi pubblici, ma di portare la democrazia dove sono i cittadini, perché in alto si corrompe e si trasforma nel suo contrario. Si tratta di governarci, di fronte all’evidenza che il regime della rappresentanza è finito nel mondo intero. Per proteggerci, cominciamo ad organizzarci in ogni strada, ogni quartiere, ogni comunità…

Benché questo richieda tutto il coraggio e la degna rabbia di Giulio Cesare, non dobbiamo morire come lui. Di fronte a noi non c’è il nostro assassino. Ci siamo noi stessi. Oggi è richiesto il nostro coraggio, la nostra rabbia, la nostra organizzazione e la nostra immaginazione. Che la nostra rabbia si trasformi in ribellione e libertà.

gustavoesteva@gmail.com

Testo originale

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Ayotzinapa senza risposte

Gloria Muñoz Ramírez

Mi sono stancato, dice il procuratore, Jesús Murillo Karam. Non lo accettiamo, dicono i genitori dei 43 studenti scomparsi ad Ayotzinapa, dopo l’annuncio ufficiale che sono stati assassinati, bruciati e gettati in un fiume ed in una discarica, ma che continuano ad essere dichiarati desaparecidos.

Il governo federale si è ufficialmente stancato. E non ha risposto agli interrogativi nodali. Perché l’Esercito non è intervenuto di fronte all’emergenza, trovandosi a cinque minuti dal luogo degli attacchi? Dice Murillo Karam: “è un bene che non sia intervenuto… che cosa sarebbe successo se l’Esercito fosse intervenuto, chi avrebbe difeso? Ovviamente l’autorità costituita”. Cioè, è stato un bene che l’Esercito non avesse ricevuto ordini dall’autorità costituita?

“Sono corso verso la strada N. Álvarez, che porta in centro, dove stavano scappando i miei compagni. Quando siamo arrivati, a circa due o tre isolati, c’era l’Esercito che pattugliava. Non la città, il posto, e ci dicevano ‘fate silenzio, ve la siete cercata, volevate fare gli uomini, bene, arrangiatevi ‘. Avevamo paura e rabbia contemporaneamente, perché non potevamo nemmeno ricevere chiamate. Se qualcuno ci chiamava, un militare si metteva lì ad ascoltare e ci diceva quello che dovevamo dire. Volevano nascondersi e ci dicevano di non dire che ci tenevano i militari, di dire che stavamo bene, così dicevano ai compagni che ricevevano chiamate. Poi hanno chiamato un’ambulanza – tra virgolette -, ci hanno fotografato tutti. Perfino al compagno che era ferito, al quale hanno detto che lo fotografavano per mostrare le sue condizioni all’ambulanza che doveva arrivare. Ma l’ambulanza non è mai arrivata”. È la testimonianza del sopravvissuto Omar García, che chiedeva aiuto col suo compagno tra le braccia.

Perché i poliziotti avrebbero consegnato gli studenti ai criminali di Guerreros Unidos? Murillo non dice niente. Solo che poi questo gruppo criminale decise di assassinarli, mutilarli, bruciarli e gettarli nel fiume. Dove sta la spiegazione della complicità delle forze dello Stato, polizia ed Esercito, in questa trama ufficiale? Perché hanno ucciso le prime sei persone? Perché la polizia li ha inseguiti ed uccisi prima di consegnarli ai sicari?

Il presidente Enrique Peña Nieto non poteva reggere il peso dei morti e, soprattutto, dei 43 desaparecidos. Hanno preso tempo e preparato lo show multimediale. “Vogliono che il Presidente dica al mondo che in Messico il problema degli studenti è risolto.”

www.desinformemonos.org

losylasdeabajo@yahoo.com.mx

http://www.jornada.unam.mx/2014/11/08/opinion/020o1pol

Copertura completa: https://es-la.facebook.com/Desinformemonos

 

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