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Archive for dicembre 2013

REWIND 2:

DELLA MORTE E DI ALTRI ALIBI

Dicembre 2013

“Uno sa di essere morto quando le
cose che lo circondano hanno smesso di
morire.”
Elías Contreras
Professione: Commissione di Investigazione dell’EZLN
Stato Civile: Defunto.
Età: 521 anni e più.
 

È l’alba, e se me lo domandassero, ma non l’hanno fatto, direi che il problema con i morti sono i vivi.

Perché poi generalmente si scatena la disputa assurda, oziosa e indignante sulla loro assenza.

Quel “io li ho conosciuti-visti-mi hanno detto” è soltanto l’alibi per nascondere il “io sono l’amministratore di quella vita perché amministro la sua morte”.

Qualcosa come il “copyright” della morte, convertita dunque in mercanzia che si possiede, si scambia, circola e viene consumata. Per questo esistono perfino istituzioni: libri storiografici, biografie, musei, effemeridi, tesi, giornali, riviste e dibattiti.

E si cade nella trappola dell’edizione della storia stessa per limare gli errori.

Si usano allora i morti per innalzarsi un monumento su di loro.

Ma, secondo la mia modesta opinione, il problema con i morti è sopravvivergli.

O si muore con loro, un po’ o molto ogni volta.

O ci si aggiudica il titolo di loro portavoce. In fin dei conti non possono parlare, e non è la loro storia, quella loro, che si racconta, ma si giustifica la propria.

O si possono anche usare per pontificare con il noioso “io alla tua/vostra età”. Quando l’unico modo onesto di completare questo ricatto a buon mercato e per nulla originale (quasi sempre rivolto a giovani e bambini), sarebbe concludere con un “aveva commesso più errori di te/voi”.

Dietro il sequestro di questi morti, c’è il culto della storiografia, così di sopra, così incoerente, così inutile. Ovvero, la storia che vale e che conta è quella che sta in un libro, una tesi, un museo, un monumento e negli equivalenti attuali e futuri che non sono altro che un modo puerile di addomesticare la storia del basso.

Perché ci sono quelli che vivono a costo della morte di altri, e sulla loro assenza costruiscono tesi, saggi, scritti, libri, film, ballate, canzoni ed altre forme più o meno eleganti di giustificare la propria inazione… o la sterile azione.

Quel “non è morto” non può che essere solo uno slogan, se nessuno prosegue il cammino. Perché secondo il nostro modesto e non accademico punto di vista, ciò che importa è il cammino non chi lo percorre.

E, approfittando del fatto che sto riavvolgendo questo nastro di giorni, mesi, anni, decenni, domando, per esempio:

Del SubPedro, del señor Ik, della Comandanta Ramona, valgono i loro alberi genealogici? Il loro DNA? I loro certificati di nascita con nome e cognome?

O ciò che vale è il cammino che hanno percorso insieme ai senza nome e senza volto – cioè, senza lignaggio familiare e/o scudo araldico -?

Del SubPedro vale il suo vero nome, il suo volto, il suo stile, raccolti in una tesi, una biografia – cioè, in una bugia documentata secondo convenienza -?

O vale la memoria che di lui esiste nelle comunità che aveva organizzato? Sicuramente i fanatici della religione l’avrebbero accusato, giudicato e condannato per essere ateo, ed i fanatici della razza anche, ma per essere meticcio e non avere la pelle del colore della terra, con quel razzismo al contrario che si pretende “indigeno”.

Ma la decisione di lottare del SubPedro, del Comandante Hugo, della Comandanta Ramona, degli insurgentes Alvaro, Fredy, Rafael, vale perché qualcuno gli mette un nome, un calendario, una geografia? O perché quella decisione è collettiva e c’è chi prosegue?

Quando qualcuno vive e muore lottando, nella sua assenza ci dice “ricordami”, “onorami”, “biasimami”? O ci impone di “proseguire”, “non arrendersi”, “non tentennare”, “non vendersi”?

Voglio dire, io sento (e parlando con altri compas so che non è solo un mio sentimento) che il conto che devo presentare ai nostri morti è che cosa si è fatto, che cosa manca e che cosa si sta facendo per completare ciò che ha motivato questa lotta.

Probabilmente mi sbaglio, e qualcuno mi dirà che il senso di ogni lotta è perdurare nella storiografia, nella storia scritta o parlata, perché è l’esempio dei morti, la loro biografia addomesticata ciò che motiva i popoli a lottare, e non le condizioni di ingiustizia, di schiavitù (il termine reale per definire la mancanza di libertà), di autoritarismo.

Ho parlato con alcuni compagne, compagni, zapatisti dell’EZLN. Certo, non con tutt@, ma con quelli che posso ancora vedere, con i quali posso stare.

C’è stato tabacco, caffè, parole, silenzi, ricordi.

Non è stata l’ansia di durare indefinitamente, bensì il senso del dovere quello che ci ha portati qui, nel bene o nel male. Il bisogno di fare qualcosa di fronte all’ingiustizia millenaria, quell’indignazione che sentiamo come la caratteristica più contundente di “umanità”. Non vogliamo nessun posto in musei, tesi, biografie, libri.

Quindi, nell’ultimo respiro, noi zapatiste, zapatisti, ci domandiamo “mi ricorderanno?”. O ci domandiamo “se cederò di un passo sul cammino?”, “c’è chi lo proseguirà?”.

Noi, quando andiamo sulla tomba di Pedro, gli diciamo quello che abbiamo fatto affinché tutti lo ricordino, o gli raccontiamo quello che si è fatto nella lotta, quello che ancora c’è da fare (sempre manca ciò che manca), quanto siamo ancora piccoli?

Gli rendiamo buon conto se prendiamo il “Potere” e se gli innalziamo una statua?

O se possiamo dirgli “Senti Pedrín, siamo ancora qui, non ci siamo venduti, non tentenniamo, non ci arrendiamo”?

E, a proposito di discussioni…

Il fatto di darsi un altro nome ed occultare il volto, è per nasconderci dal nemico o per sfidare la sua struttura da mausoleo, la sua nomenclatura gerarchica, le sue offerte di compra-vendita truccate da poltrone burocratiche, premi, lodi e lusinghe, club grandi o piccoli di seguaci?

/ sì mio caro, i tempi cambiano, prima il maestro o la maestra – o l’equivalente di mandarino della conoscenza – si corteggiava dedicandogli libri, lusingando le sue parole, guardandol@ con rapimento. Ora si posta nei suoi scritti, si danno “like” nelle sue pagine web, ci si somma al numero di seguaci che cinguettano disordinatamente… /

Voglio dire, ci importa chi siamo? O ci importa quello che facciamo?

La valutazione che ci interessa e colpisce, è quella di fuori o quella della realtà?

La misura del nostro successo o fallimento sta in quello che appare su di noi sui media a pagamento, nelle tesi, nei commenti, nei “pollici in alto”, nei libri di storia, nei musei?

O sta in quanto raggiunto, mancato, consolidato, in sospeso?

E riavvolgendo ancora…

Della Chapis, importa che era credente e cristiana conseguente, o importa che ha vissuto e lottato, con e nel suo essere cristiana, per chi non l’ha mai conosciuta? Certamente i fanatici dell’ateismo l’avrebbero accusata, giudicata e condannata per non professare la religione degli ismo che pretende di monopolizzare la spiegazione e guida di tutte le lotte.

Una volta, dopo avere letto “Il Vangelo secondo Gesù” di José Saramago, la Chapis cercò il letterato e compagno per dirgli non solo che il suo libro non le era piaciuto, ma anche che lei avrebbe scritto la propria versione sull’argomento. Importa se riuscì ad incontrare Saramago, se gli disse questo, se scrisse la sua versione? O importa la sua decisione di farlo?

E di Tata Don Juan, vale solo per i suoi cognomi “Chávez Alonso”, il suo sangue purépecha, il cappello che lo copriva e lo mostrava, come se indossasse un passamontagna? O vale anche per le strade in diversi continenti che hanno avuto l’onore del suo passo originario?

Le bambine ed i bambini assassinati nell’Asilo ABC, ad Hermosillo, Sonora, Messico, che hanno avuto appena una brevissima biografia, valgono per il numero di righe ed i minuti a loro dedicati sui mezzi di comunicazione? O valgono per il sangue che sangue e vita ha dato loro, e che ora si impegna con degna ostinazione e vuole giustizia? Perché quei bambini e bambine valgono anche ora, benché assenti, per i padri e le madri che sono partoriti con la loro morte.

Perché la giustizia, amici e nemici, è anche impedire che si ripeta l’ingiustizia, o che cambi nome, faccia, bandiera, alibi ideologico, politico, razziale, di genere.

-*-

Voglio dire, noi (ed altr@ come noi, molti, molte, tutt@) lottiamo per essere migliori ed accettiamo quando la realtà ci dice che non ci siamo riusciti, ma non per questo smettiamo di lottare.

Perché non è che qua non onoriamo i nostri morti. Lo facciamo. Ma lo facciamo lottando. Tutti i giorni, a tutte le ore. E così fino a che guardiamo il suolo, prima allo stesso livello, poi verso l’alto, coprendoci con il passo compagno.

-*-

Infine, le pagine si allungano e con esse cresce anche la certezza che tutto questo non importa a nessuno, che non è trascendente, che non è quello che la-Nazione-il-momento-storico-la-congiuntura chiede, che è meglio raccontare una storia… o scrivere una biografia… o innalzare un monumento.

E delle 3 cose, sono fermamente convinto che l’unica che vale la pena è la prima.

Quindi vi racconterò, così come me l’ha riferita Durito, la storia del Gatto-Cane (attenzione: adesso sì leggete “Rewind 3”).

Bene. Salute e, dei morti, guardate soprattutto la strada che il loro passo ha percorso, che ha ancora bisogno di passi che la percorrano.

Il Sup mentre si sistema il passamontagna con macabra civetteria.

P.S. CHE PRENDE POSIZIONE IN UN DIBATTITO DI REALE ATTUALITÀ. – “I videogiochi sono la continuazione della guerra con altri mezzi”, sentenzia Durito. Ed aggiunge: “Nella lotta millenaria tra i fanatici del PS e della Xbox può esserci solo un perdente: l’utente”. Non ho osato chiedergli a che cosa si riferisse, ma suppongo che più di un@ capirà.

P.S. TROPPO LUNGO PER STARE IN UN “TWIT” (deve essere per l’ammontare della fattura). – L’autonominato “governatore” del Chiapas, Messico, ha solennemente dichiarato che la sua amministrazione “ha stretto la cinghia” con un programma di austerità. A dimostrazione della sua decisione, si è bevuto più di 10 milioni di dollari per una campagna pubblicitaria nazionale tanto massiccia e costosa quanto ridicola… e illegale. Ma siccome alcuni media hanno avuto la loro fetta di torta, “l’imberbe”, “inesperto” e “immaturo” impiegato di un affare che non è né partito, né è verde, né è ecologista, né è del Messico (beh, né lui è governatore, quindi non c’è motivo di soffermarsi sui dettagli) è ora sulle pagine della stessa stampa che lo attaccava per essere un “bamboccio”, un “uomo di Stato” che non spende per la sua promozione personale, ma per “attrarre turismo in Chiapas”. Sì mio caro, già le agenzie turistiche lanciano il pacchetto “Conosci il Güero Velasco”, “all included”, accompagnato da un “kit” con paraocchi per non vedere i gruppi paramilitari, né la miseria e il crimine che pullulano nelle principali città chiapaneche (Tuxtla Gutiérrez, San Cristóbal de las Casas, Comitán, Tapachula, Palenque), in uno stato dove si suppone che i poveri siano gli indigeni, non i meticci. Se il ladrone, Juan Sabines Guerrero, pagò milionate ai media per simulare un governo dove c’erano solo razzie, l’attuale “junior” della politica locale paga di più perché ha imparato dall’attuale titolare dell’Esecutivo Federale (credo si chiami Enrique Manlio Emilio… no? Vedete lo svantaggio di non avere un account twitter?) che si può passare da un’indagine giudiziaria alla lista di candidati alle presidenziali del 2018, con solo poche decine di milioni di dollari, un buon Photoshop e una telenovela rosa.

P.S. DI CONGIUNTURA REITERATA. – Permetta, signora, signore, signorina, bambino, bambina, altroa. Mi permetta, alla fine impertinente, di non lasciarle chiudere la porta e restare solo, sola, a ruminare la sua frustrazione e cercare responsabili, come si infuria chi ha un altare fisso e un idolo variabile. E se non metto il piede per evitare che lei chiuda la porta e resti in salvo nel suo castello di dogmi, ma, invece, metto il naso dove non devo, lo attribuisca al mio naso, già di per sé impertinente in volume e forma. Suvvia, mi permetta di interrompere il suo odio represso, secco, sterile, inutile.

Venga, si calmi, si sieda, respiri profondamente. Sia forte e si comporti con studiata sensatezza, come quelle coppie che si separano “da persone mature” benché muoiano dalla voglia di spaccare la testa alla suddetta… o suddetto (non dimenticare l’equità di genere).

Dunque, quando ottenete qualcosa è solo grazie al vostro sforzo? Però, quando mietete una sconfitta, allora si democratizzano le responsabilità… e vi autoescludete. “I fiori sono una farsa”, hanno sentenziato. “Non si accettano incappucciati”, hanno decretato (e nemmeno pensare di presentare un reclamo alla CONAPRED per discriminazione nel modo di vestire). “Soltanto noi soli trionferemo e la Nazione ci sarà eternamente grata, i nostri nomi compariranno nei libri di testo, congressi, statue, musei”, si sono entusiasmati anticipatamente.

Poi è successo quello che è successo e, come prima, ora cercano chi incolpare del fallimento di questa lotta di sopra. “È mancata l’unità”, dicono, ma pensano “è mancato che si sottomettessero alla nostra guida”.

La razzia truccata da riforma costituzionale non è cominciata con questo governo. È iniziata con Carlos Salinas de Gortari e la sua riforma dell’Articolo 27. L’esproprio agrario fu “coperto” allora dalle stesse menzogne che ora avvolgono le malchiamate riforme: ora la campagna messicana è completamente distrutta, come se un bombardamento atomico l’avesse spianata. E succede ormai col totale delle riforme. La benzina, l’energia elettrica, l’educazione, la giustizia, tutto sarà più caro, di peggiore qualità, più scarso.

Prima di questo e ancora prima delle attuali riforme, i popoli originari sono stati e sono spogliati dei loro territori, che sono anche della Nazione. L’oro liquido moderno, l’acqua e non il petrolio, è stato rubato senza che questo richiamasse l’attenzione dei grandi media. Al furto del sottosuolo, tanto chiaramente denunciato nella Cattedra Tata Juan Chávez Alonso dal Congresso Nazionale Indigeno, sono state dedicate poche righe svogliate sulla stampa a pagamento che oggi lamenta che IL POPOLO, questa entelechia così politico mediatica, non faccia niente per frenare il furto legalizzato e illegittimo chiamato “riforma energetica”. La razzia è quotidiana e in ogni luogo. Ma è solo ora che si dice che la Patria è stata tradita.

Ed ora lei, che è stato sordo, si indigna perché non l’ascoltano né la seguono.

E dice che non si fa niente perché non vede niente. Dice e si dice: “vale quello che faccio IO o quello che si fa sotto la mia tutela, nel mio calendario e nella mia geografia. Il resto non esiste perché non lo vedo”.

E come potrebbe vedere qualcosa se usa i paraocchi che il Potere le regala?

Solo adesso scopre che lo Stato non solo rinuncia ad essere un ammortizzatore nell’uragano di razzie che è il Neoliberismo, ma che, in aggiunta, si getta rapido a disputarsi le briciole che il vero Potere gli lancia?

Guardi, il mondo è tondo, gira, cambia. E a poco o niente può servirle questo catalogo di evidenze duali: sinistra e destra, reazionario e progressista, antico e moderno, e sinonimi e antonimi tanto di moda nella politica di sopra.

Guardi, il fatto è, semplicemente, che il suo pensiero è decrepito.

Ed ha cominciato a perdere nel momento stesso in cui ha deciso di abbracciare quello di sopra (usando il vecchio trucco – che ora le si ritorce contro – di destra-sinistra-progressista-reazionario, di inventarsi alibi e vestirli delle stesse parole che oggi la intrappolano), dimenticando che quelli di sopra non accettano abbracci, ma genuflessioni.

No, non è che lei non abbia idee e bandiere. È solo che sono a brandelli. Non importa di quanta modernità siano ammantate, né quante parole altisonanti si dicano attorno ad esse, né quanti twit le ripetano, né quanti “like” e commenti raccolgano.

Lei, che si aspettava un proclama, il sangue anonimo versato, bellicosi squilli di tromba, le otto colonne, le immagini col sangue offerto sull’altare della Patria, voi, e solo voi, dovrete redimervi.

/ No mio caro, se le dico che lo zapatismo non è più quello di prima, si ricorda come quasi 20 anni fa ci emozionavamo con le immagini dei morti anonimi che non avevano né volto né nomi, tanto lontani, tanto indigeni, tanto chiapanechi? / Certamente, Ocosingo è in Medio Oriente? / Ah, e le loro iniziative, così brillanti quando c’era un palco per noi. / D’altra parte, chi può prendere sul serio chi rifiuta di iscriversi alla mobilitazione o al movimento (attenzione: non è la stessa cosa, imparate a differenziare) di moda? O analizzarla, classificarla, giudicarla, archiviarla? / Di fatto, sono finiti, non invitano più nemmeno la stampa alle loro celebrazioni, che cosa possono celebrare che non sia la nostra assoluzione o condanna? / Ah, ma quello che non perdoneremo mai a questi zapatones, non è solo che non siano morti tutti – e con ciò ci avrebbero negato il diritto di amministrare le loro morti nel lungo labirinto dei mausolei, delle ballate, dei “non sei morto compagno, la tua morte sarà amministrata” -, ma che anche le loro morti li abbiano resi tanto… tanto… tanto ribelli /.

E niente, invece di questo… post scriptum!

So che non le importa, ma per le incappucciate e gli incappucciati di qua, la lotta che vale non è quella che si è vinto o perso. È quella che prosegue, e per essa si preparano i calendari e le geografie.

Non ci sono battaglie definitive, né per i vincitori né per i vinti. La lotta proseguirà, e chi ora si delizia nel trionfo vedrà il suo mondo crollare.

Per il resto, non si preoccupi. Lei non ha perso niente perché non ha affatto lottato realmente. La sola cosa che ha fatto è delegare ad un altro il conseguimento del monopolio di una vittoria che non arriverà.

Quello di sopra cadrà, senza dubbio. Ma il suo crollo non sarà il prodotto di una lotta monopolizzata, escludente e fanatica.

Se vuole, continui a tirare da sopra, festeggerà ogni piccolo movimento del monolite, ma la corda si spezzerà continuamente.

Le statue e gli autoritarismi si abbattono dal basso, in modo che non rimanga il basamento per un nuovo busto che sostituisca il precedente.

Nel frattempo, ed è la mia umile opinione, la sola cosa che vale la pena fare là in alto è quello che fanno gli uccelli: cagare.

Vale, di gelato di noce, anche se fa freddo.

Il Sup che si prepara per…

………………………………………………………………….

Guarda e ascolta i video che accompagnano questo testo.

Del gruppo iberico di Rock Punk Arzua25, il pezzo “Zapatista”, del disco “Bienvenido a la Resistencia”. http://www.youtube.com/watch?v=1-jbz_V3y_8&feature=player_embedded

Il gruppo SKA-FE, dalla Colombia, la canzone “Muerte a la Muerte”. ¡Brincooooolín! http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=XTkQGEabRIE

Della serie “Come avrebbe dovuto finire”, i finali alternativi a “Batman, il cavaliere della notte”. Video dedicato alle/ai mascherat@ “cattiv@” (che non sono ben accett@ alle mobilitazioni “trascendentali”), come Gatúbela e Bane (con i passamontagna invertiti e l’eccellente dizione). http://www.youtube.com/watch?v=cfovSTI1csI&feature=player_embedded

Dell’immortale Cuco Sánchez, “No soy monedita de oro”, che parla da sé. http://www.youtube.com/watch?v=6sEnPI1XBk8&feature=player_embedded

Comunicato originale  – (Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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 ¡FELIZ CUMPLEAÑOS EZLN!

30 de Resistencia20 de Insurrección – 10 de Caracoles

Italia, Diciembre de 2013.

A las mujeres y los hombres del Ejercito Zapatista de Liberación Nacional.
A las Juntas de Buen Gobierno de los cinco Caracoles.
A las mujeres, hombres, ancian@s, niñ@s de las comunidades rebeldes zapatistas.

Reciban sinceras y cariñosas felicidades de tod@s nosotr@s: mujeres, hombres, otr@s, músicos y hip-hop band, grupos y organizaciones, que estamos abajo y a la izquierda, junto con nuestra gratitud porque con su lucha nos enseñan cada día que otro mundo puede ser posible.

Gracias compas, que con su ejemplo nos ayudan a no sentirnos solos, aquí en nuestros lugares, en nuestras luchas por democracia, libertad y justicia para tod@s.

¡Feliz cumpleaños EZLN!

¡Siempre a su lado!

L@s compas: Aldo Zanchetta; Giulia Cordella; Annamaria Pontoglio; Tino Zanchi; Anna Pacchiani; Massimo Vecchi; Giorgio Brembilla; Mauro Marrone; Patrizia Capoferri; Nadia Belli; Emanuela Manfredi; Marco Maccaroni; Andrea Cegna; Alberto Di Monte; Renza Salza; Pietro Custodi; Mauro Armanino; Alessandra Bosco; Monica Cortopassi; Luciano Di Gino; Gianna Berti; Elio Gattini; Franca Rosti; Giovanni Altini; Giulio Vittorangeli; Stefano Mastrogiacomi; Maurizio Cammellini; Andrea Semplici; Raffaella Rizzo; Federica Lombardo; Antonella Bonzio; Rebecca Rovoletto; Angela Bellei; Claudia Fanti; Vincenzo Robustelli; Alessandra Giusti; Rosetta Riboldi; Stefano Battain; Gaia Capogna; Nicoletta Negri; Roberto Sensi; Domenico Bertelli; David Lifodi; Luca Mascheroni.

Grupos y organizaciones: Fondazione Neno Zanchetta; Comitato Chiapas “Maribel” – Bergamo; Spazio Sociale “Barrio Campagnola” – Bergamo; Rebelde FC; Comitato Chiapas Torino; Coordinamento Toscano di Sostegno alla Lotta Zapatista; Collettivo Italia Centro America; Associazione Villaggio Terra; Onlus Amici del Guatemala Siena; Progetto Rebeldia / Municipio dei Beni Comuni – Pisa; Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba, Circolo di Livorno; Associazione Italia-Nicaragua – Circolo di Viterbo; Micro Sol Onlus; Associazione Æliante; Rete Radiè Resch; Associazione Peacelink; L@s compañer@s de PRC Circolo Ferrovieri Spartaco Lavagnini de Firenze.

Los músicos y hip-hop band, porque no es fiesta si no hay música digna y rebelde: Bonnot y Assalti Frontali

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DUE AVVISI IMPORTANTI 

19 dicembre 2013 

Compagne e Compagni. 

Vi scrive il Subcomandante Insurgente Moisés per mandare due avvisi: 

1- Vi avviso che chi ha chiesto di essere iscritto alla escuelita ed ha ricevuto l’invito, ma non ha ancora ricevuto la clave de pre-registro per il turno di dicembre o gennaio, può chiedere di essere registrato direttamente al CIDECI, San Cristóbal de Las Casas, Messico: 

I giorni 23 e 24 dicembre, per frequentare il corso dal 25 al 29 dicembre sia presso il CIDECI che in comunità 

I Giorni 1 e 2 gennaio, per frequentare il corso dal 3 al 7 gennaio sia in comunità sia al CIDECI. 

Se non potete in nessuna delle due date, potrete fare richiesta per il prossimo turno quando sarà reso pubblico. 

2- Altra cosa di cui vi avviso è che la festa per i 20 anni della sollevazione ci sarà in tutti i Caracol zapatisti ed è aperta a tutti, tranne che ai giornalisti. 

Dalle montagne del sud-est Messicano

Subcomandante Insurgente Moisés

Dicembre 2013

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La Jornada – Lunedì 16 dicembre 2013

Ejidatarios chol di Tila denunciano l’invasione di terre

Hermann Bellinghausen

Ejidatarios chol di Tila, aderenti alla Sesta dichiarazione della Selva Lacandona, hanno denunciato che il governo, nei suoi tre livelli, gestisce agenzie turistiche contrarie agli interessi dei coloni. Venerdì 13, riferiscono gli indigeni, un gruppo di tecnici è stato sorpreso mentre realizzava dei sopralluoghi senza l’autorizzazione dell’assemblea generale degli ejidatarios nella comunità di Río Grande, annessa all’ejido di Tila.

Denunciano anche che effettivi dell’Esercito stanno addestrando i poliziotti municipali sulla pubblica via, destabilizzando l’ordine pubblico e la società, e temono nuove azioni repressive.

Il topografo José Zambrano Solís, presentatosi come docente dell’Università delle Scienze e delle Arti del Chiapas (Unicach) di Tuxtla Gutiérrez, e due suoi collaboratori, si sono presentati come “incaricati della Commissione Nazionale dell’Acqua (Conagua) e del rettore della Unicach, Roberto Domínguez Castellanos. Gli ejidatarios riferiscono che il tecnico si è comportato in maniera minacciosa, dicendo che non aveva paura perché sostenuto dai tre livelli di governo ed inoltre è conosciuto ovunque ed è incaricato dal suo padrone.

Gli ejidatarios segnalano: le anomalie dei malgoverni che entrano senza permesso nelle nostre comunità, villaggi e città (l’ejido di Tila include un centro urbano). Accusano i funzionari di escludere le autorità tradizionali nominate dal popolo e di ignorare chi e da dove veniamo. E sostengono: Noi siamo nati in questa terra, conosciamo i nostri fiumi, boschi e risorse naturali, patrimonio dei nostri genitori e nonni che hanno vissuto e continuano a vivere qui con noi nel loro spirito. Riterremo responsabili il governo federale, statale, municipale, la Conagua, la Unicach e l’ing. Zambrano Solís di qualunque repressione, intimidazione e vessazione.

Avvertono di possibili false richieste ed ordini di cattura contro i compagni e compagne, bambini e bambine che difendono i loro patrimoni ancestrali, secondo l’articolo 14, 16 e 2 della Costituzione ed il Trattato 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro.

Denunciano anche l’ingegnere agronomo Carlos Domingo Sánchez Martínez, originario della comunità di Cantioc, ed impiegato del municipio di Tila “che perseguita ed intimorisce i nostri compagni della Sexta di Cantioc e compagni ejidatarios di Río Grande.”

Gli organi di rappresentanza degli ejidatarios aderenti alla Sexta avvertono che difenderanno tutto quello che i nostri genitori ci hanno lasciato, e non ci faremo sconfiggere.

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Votàn Zapata

Duccio Scotini e Gea Piccardi

“Coloro che avevano scommesso sul fatto che noi esistevamo solo mediaticamente e che, circondati dal silenzio e dalle menzogne, saremmo scomparsi, si sbagliavano. Quando non c’erano videocamere, microfoni, penne, orecchie e sguardi, noi esistevamo”[1]. Gli zapatisti non solo hanno vinto la strategia contrainsurgente del governo messicano ma hanno anche dato prova che l’autonomia può durare negli anni: dal 1983, quando nacquero come organizzazione clandestina, al 2013, anno di inizio dell’Escuelita.

A partire dalla marcia del 21 dicembre 2012 (giorno indicato dai media come quello della fine del mondo e per i Maya l’inizio di una nuova era) si è susseguita una serie di comunicati dal titolo Ellos y Nosotros in cui dichiarano la distanza dalla cultura politica della rappresentanza e da un sistema economico neoliberista, l’esistenza di un’altra maniera di vivere e governarsi e l’esigenza di stabilire nuove connessioni con i movimenti sociali del Messico e del mondo. Per questo prende forma il progetto di organizzare nel mese di Agosto la prima sessione dell’Escuelita zapatista, una “scuola” che ha coinvolto e coinvolgerà oltre le comunità zapatiste, migliaia di persone da tutto il mondo.

Murales di Emory Douglas a Morelia (ph Duccio Scotini e Gea Piccardi)

Durante l’Escuelita abbiamo sperimentato prima di tutto l’apprendimento come etica dell’incontro. Siamo andati a condividere la vita quotidiana con la gente comune non ad ascoltare i comandanti indigeni o il subcomandante Marcos, non abbiamo assistito alla trasmissione discorsiva di un sapere codificato. Migliaia di donne e uomini, indigeni e zapatisti, si sono convertiti, durante la scuola, in Votàn. Ciascun Votàn si prendeva cura del singolo alunno, gli raccontava la storia dei pueblos indigeni zapatisti, la loro identità, la loro organizzazione, con lui studiava i libri di testo, andava a lavorare, rispondeva ai suoi dubbi, e infine traduceva dalle lingue maya allo spagnolo e viceversa.

Termine maya difficilmente traducibile, Votàn per gli zapatisti significa qualcosa come “guardiano e cuore del popolo” o “guardiano e cuore della terra”, o ancora “guardiano e cuore del mondo”. Il Votàn è dunque un’entità singolare e comune allo stesso tempo: una persona ordinaria il cui orecchio e la cui parola sono collettivi. Non è un volto definito, un’individualità riconoscibile: è uno, ma dietro quell’uno potenzialmente si nascondono tutti. Con i nostri Votàn abbiamo preso parte a questa “scuola” dove non c’erano aule, esami e professori. La scuola era il collettivo, lo spazio aperto della comunità.

A noi due hanno assegnato comunità diverse e una di queste era il poblado Vicente Guerrero, presso il Caracol de La Garrucha. Nato nel 2002, Vicente Guerrero è, come la maggior parte del territorio zapatista, tierra recuperada, occupata e sottratta alla proprietà di rancheros e tierratenientes. “Motore dell’autonomia”, diceva un Votàn, sono i trabajos collectivos: lavori di gruppo a cui prendono parte in maniera rotativa tutti i membri della comunità e che non riguardano solo la produzione alimentare, ma anche la scuola, la cura e la comunicazione.

Escuelita autonoma (ph Alex Campos – Nomad Eyes)Il nostro apprendimento consisteva, in buona parte, nella partecipazione diretta ai differenti trabajos della comunità, tuttavia non si è trattato di apprendere un mestiere particolare ma, al contrario, di prendere parte a una forma di organizzazione che è quella dell’autonomia. La partecipazione a questa processualità, che altro non è che la sperimentazione di una democrazia radicale dal basso, si è data soprattutto attraverso un’esperienza di condivisione che può esserci soltanto nella pratica. Per dirla con Gustavo Esteva, altro alunno dell’Escuelita, “sono mancate delle parole perché abbiamo esperito novità radicali che non provengono dai libri, dai ruoli o dalle ideologie, ma dalla pratica e per questo portano con sé un impegno di immaginazione”[2].

Andando oltre le parole d’ordine, le logiche identitarie e i vuoti appelli alla costituzione di “fronti uniti” contro i governi o la crisi, che caratterizzano ancora molte organizzazioni politiche, gli zapatisti affermano: “La nostra analisi del sistema dominante ci ha portato a dire che l’unità di azione può esserci se si rispettano quelli che noi chiamiamo “i modi” di ognuno, ossia le conoscenze che ognuno di noi, individualmente o collettivamente, possiede della sua geografia e calendario. Ogni tentativo di omogeneità non è altro che un tentativo fascista di dominazione, anche se si nasconde dietro un linguaggio rivoluzionario, esoterico, religioso o simile. Quando si parla di unità si omette di dire che questa “unità” è sotto la direzione di qualcuno o qualcosa, individuale o collettivo”[3].

Non si tratta ovviamente di dare dei giudizi di valore, ma di esercitarsi in quello sforzo di immaginazione di cui parla Esteva e in questo senso chiedersi: perché gli zapatisti hanno scelto la forma di una “scuola”? Che nesso c’è tra i processi di apprendimento, a cui abbiamo partecipato durante l’Escuelita, e i modi di costruzione dell’autonomia zapatista? Che relazione c’è tra forme di apprendimento che rifiutano qualsiasi tipo di “pedagogia” e pratiche autonome oltre lo Stato e i sistemi di rappresentanza? Crediamo che questo sia uno dei problemi fondamentali che l’esperienza zapatista ci lascia.

Linea del tiempo (ph. Alex Campos-Nomad Eyes)

Pensare l’apprendimento non come una formazione teorica alternativa, autodidatta, che si pone contro le istituzioni addette all’insegnamento e alla trasmissione di conoscenze, ma come una pratica che sfida, in tutte le sue manifestazioni, la produzione di verità e di sapere attuali e che non concerne solo l’ambito del “teorico” o dell’accademico, ma tutti gli istanti della vita quotidiana. Pensare l’apprendimento come un rapporto tra soggetto ed esperienza significa immaginarsi una pratica politica che si rimpossessi di mezzi e strumenti di percezione del mondo e che parta, prima di tutto, da un non sapere dei corpi. L’apprendimento, quindi, come una forma di soggettivazione che diventa molto forte proprio nel momento in cui la formazione entra in crisi e come pratica politica di organizzazione che si afferma proprio quando le altre pratiche perdono di senso.

Secondo Raúl Zibechi “Ci sarà un prima e un dopo dell’Escuelita zapatista. Della recente e di quelle che verranno. Sarà un impatto lento e diffuso, che si farà sentire in alcuni anni e segnerà la vita dei los de abajo durante decadi”[4]. Certamente per gli zapatisti l’Escuelita produce grandi trasformazioni, tuttavia restano aperti dei quesiti che, abbandonando il territorio chiapaneco, si rivolgono da là a qua, inserendosi in quella distanza che intercorre tra l’esperienza vissuta e il ritorno a casa. Quale sarà il nostro “dopo” dell’Escuelita?

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1 Comité Clandestino Revolucionario Indigena-Comandancia General del Ejército Zapatista de Liberàtion Nacional – 30 dicembre 2012, ¿Escucharon? Recopilacion de comunicados del EZLN Diciembre 2012-Febrero 2013, El Rebozo, Oaxaca, 2013.Cfr. http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2013/01/02/ezln-annuncia-i-seguenti-passi-comunicato-del-30-dicembre-2012/

2 Gustavo Esteva, Y si, aprendimos, in http://www.jornada.unam.mx/2013/08/19/opinion/018a2pol

3 Comité Clandestino Revolucionario Indígena-Comandancia General del Ejército Zapatista de Liberación Nacional, Ellos y nosotros. V. La Sexta, (tomo I), El Rebozo, Oaxaca, 2013. Cfr. http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2013/01/26/ellos-y-nosotros-v-la-sexta-2/

4 Raúl Zibechi, Las escuelitas de abajo, in http://www.jornada.unam.mx/2013/08/23/opinion/023a1pol

5 Alex Campos, autore delle fotografie, è un artista e filmmaker che attualmente lavora in Messico. Qui il link del suo canale www.youtube.com/user/olharesnomadas

fonte: http://www.alfabeta2.it/2013/11/24/votan-zapata/

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La Jornada – Martedì 3 dicembre 2013

Un detenuto denuncia che nel carcere chiapaneco sono state sospese le cure ai reclusi malati

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis., 2 dicembre. Nel Centro Statale di Reinserimento Sociale dei Condannati (CERSSS) numero 5, a Los Llanos, in questa città, l’amministrazione ha sospeso le medicine ai detenuti malati, ha denunciato oggi Alejandro Díaz Sántiz, simpatizzante della Voz del Amate ed ultimo aderente della Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona ancora in carcere. Il cattivo sistema che vige nel paese e nei suoi stati ha causato danni dolore, angoscia e rabbia ai migliaia di messicani parenti dei detenuti, aggiunge l’indigeno da 15 anni incarcere, ingiustamente come dice, e che non ha smesso di chiedere la sua liberazione.

Díaz Sántiz, al quale Alberto Patishtán Gómez, liberato un mese fa, ha lasciato il compito di difendere i detenuti di Los Llanos, racconta che fino a venerdì scorso, c’era un uomo in sciopero della fame da oltre una settimana. Miguel Antonio López Santiago, da 12 anni e 11 mesi carcerato ingiustamente, il 19 novembre aveva iniziato lo sciopero della fame in segno di protesta per chiedere in maniera pacifica giustizia e libertà.

Tuttavia, dieci giorni dopo López Santiago sembra sia stato male e quindi trasferito in un ospedale dove ha sospeso la protesta. Le autorità avrebbero promesso ai famigliari di accelerare la revisione del suo caso al Tavolo di Riconciliazione che analizza i processi impugnati dalla popolazione carceraria. Ciò nonostante, durante i giorni di sciopero della fame ha ricevuto solo minacce e torture psicologiche da parte del gruppo Lobo e del capo della sicurezza, Juan Gabriel Soberano Pimentel, che gli dicevano che l’avrebbero obbligato a mangiare se non si desisteva dal suo sciopero, riferisce Díaz Sántiz.

Di sicuro, la settimana scorsa un altro gruppo di detenuti non organizzati ha realizzato un breve sciopero della fame per chiedere migliori condizioni. Il portavoce di Solidarios de la Voz del Amate chiede che si rispettino i diritti di ogni detenuto che ha sempre il diritto di manifestare pacificamente.

Denuncia che il direttore della prigione, Jaime López, non ha acquisito medicine o ha omesso di consegnarle ai detenuti che le richiedono. Lo stesso Díaz Sántiz, che soffre di disturbi alla vista, il 17 novembre è stato portato fuori dalla prigione per sottoporsi a visita medica e benché gli avessero prescritto dei medicinali, questi non gli sono stati forniti dalle autorità.

Infine, rispetto alla propria situazione, Álex (come lo chiamano i suoi compagni) chiede al governatore Manuel Velasco Coello di mantenere l’impegno preso lo scorso 4 luglio di cercare strumenti e contatti con le autorità di Veracruz (dove si è svolto il suo processo) per ottenere la mia libertà, perché fino ad ora non ho avuto alcuna risposta. http://www.jornada.unam.mx/2013/12/03/politica/025n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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