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Archive for novembre 2013

La Jornada – Domenica 10 novembre 2013

Denuncia di persecuzione giudiziaria contro uno zapatista

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis. 9 novembre. La giunta di buon governo (JBG) El camino del futuro, del caracol di La Garrucha, denuncia la persecuzione giudiziaria contro Alfonso Cruz Espinosa, base di appoggio zapatista, per l’abbattimento di “un piccolo albero” di sua proprietà, mentre i veri devastatori criminali godono di protezione ufficiale.

Il 23 settembre, la signora María Socorro Trujillo e le sue figlie (madre e sorelle di Cruz Espinosa) chi vivono nella città di Ocosingo e già precedentemente usate dal governo statale per perseguire giudiziariamente Alfonso, “hanno fabbricato delle accuse contro il nostro compagno” che vive a San Antonio Toniná.

L’albero in questione è servito per costruire il negozio di artigianato del municipio ribelle Francisco Gómez, vicino al sito archeologico di Toniná. “Le basi di appoggio zapatiste hanno abbattuto questo alberto su autorizzazione della JBG e dei quattro municipi autonomi”.

La JBG esige la cancellazione immediata del mandato di cattura contro il suo compagno “perché è innocente”, e chiede: “Perché non sono in prigione quei farabutti che saccheggiano, rubano e distruggono le risorse naturali negli ejidos di San Miguel, Nuevo Pataté, Tierra Negra, Pamalá ed in altre comunità in territorio zapatista?”. La JBG denuncia che “i tre livelli del malgoverno hanno dato il permesso di tagliare legna al signor Mauricio, di Comitán”, che ora abbatte “migliaia di pini ogni giorno in tronchi e tavole”.

Le autorità autonome sottolineano che “il governo federale ogni giorno trasmette per radio e televisione che bisogna preservare l’ambiente”, ma è “una bugia”, perché in realtà “stanno distruggendo i boschi ed alberi preziosi”. Chiedono che siano arrestati quelli che rubano gli alberi delle comunità. “Come popoli zapatisti difenderemo quello che è nostro”, avvertono. http://www.jornada.unam.mx/2013/11/10/politica/013n1pol

Comunicato completo

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Sabato 9 novembre 2013

L’indulto a Patishtán non significa giustizia, dicono nel suo villaggio dove lo aspettano

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Juan El Bosque, Chis., 8 novembre. “Non c’è nessun merito di plauso nella liberazione di Patishtán. Non significa giustizia. Non avrebbe mai dovuto stare in prigione. Se è sempre stato innocente, perché abbiamo dovuto aspettare più di 13 anni ed un intervento del presidente della Repubblica?”, sostiene il Movimiento del Pueblo de El Bosque por la Libertad de Alberto Patishtán. “Le autorità dovrebbero chiedere scusa in ginocchio alle persone punite ingiustamente ed ammettere ‘sì, abbiamo sbagliato, siamo colpevoli’. Credono di lavarsene le mani con l’indulto”.

“Qui non c’è posto per il parola ‘indulto’; ci pesa”, sostengono i portavoce del movimento nell’intervista a La Jornada. “Loro sapevano che quella punizione era immeritata, hanno garantito che ciò avvenisse, perché è così che funziona la giustizia”.

Ammettono anche, e lo sottolineano, che tutto il movimento nazionale e internazionale che per anni ha sostenuto la stessa battaglia degli abitanti di questo villaggio tzotzil a nord degli Altos, non sarebbe stato possibile senza il supporto dell’Altra Campagna, dopo la Sexta, e dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), e da lì tante organizzazioni che si sono sono aggiunte.

Ma, sottolineano, “è stata la comunità di El Bosque a tenere sempre alta la lotta. Senza la sua gente, Patishtán non avrebbe ottenuto la liberazione”.

Martín Ramírez López e Pascual Gómez López si alternano per sostenere la posizione degli indigeni e raccontare come è stata accolta qui la notizia il pomeriggio del 31 ottobre: “La gente applaudiva, alzava i pollici, per strada gridava ‘arriva Patishtán’! Hanno sparato i razzi. Ancora nella notte del 31 ottobre, quando il professore è stato liberato, c’erano gruppi di persone per strada che dopo tanti anni finalmente festeggiavano”.

Il professor Martín racconta: “La famiglia ed il comitato avevano tre impegni col villaggio: comunicare la notizia una volta confermata; spiegare che non ritornerà fino a che non sarà completata la sua cura, e ringraziare tutti nel villaggio, le organizzazioni, le diverse chiese e la gente in generale”. Qui, dice, “il 99% è per la sua innocenza; contrari sono solo quelli che l’hanno accusato”.

Pascual, con una maglietta con stampato il volto di Patishtán (“adesso l’appenderò in casa”), interviene: “Il giorno della sua liberazione nel villaggio non c’era elettricità né campo per i cellulari, ed io che ero il contatto con i compagni a Città del Messico non riuscivo a mettermi in comunicazione. Eravamo disperati. Fino che un signore ci prestò il suo telefono e così riuscimmo a parlare e poi avvisare la famiglia. L’annuncio è stato dato di continuo attraverso la nuova radio FM e la gente era molto contenta”.

Il primo rivela che c’è la proposta di “convocare una carovana che accompagni il suo ritorno da DF”. Non c’è una data, ma nel villaggio lo stanno aspettando. “Il morale è alto e sono tutti contenti. Per 13 anni hanno gridato a livello municipale, nazionale, internazionale. Hanno vinto questa battaglia, è il risultato di tutti i gruppi sociali”. Ed aggiunge: “Il governo credeva che prima o poi la smettessimo, ma non sarebbe mai successo né in 20 o 30 anni. Allora hanno aperto le porte ad un uomo innocente. Ma ce ne sono ancora molti altri”.

Pascual spiega che “il governo non ha concesso nulla, da parte nostra abbiamo sempre fornito ottimi argomenti, ed è vero, sono stati modificati alcuni articoli di legge, ma non ci importa perché il governo non ha voluto dichiarare l’innocenza di Patishtán”. Se ci fosse una vera giustizia “le riforme non sarebbero necessarie; ora molti detenuti impareranno che devono prendere coscienza”.

Ramírez López afferma: “La vera spina è avvenuta nel gennaio del 2006 quando il subcomandante Marcos sostiene i detenuti della prigione di El Amate e Patishtán ed i suoi compagni fanno sapere che dal 2005 fanno parte dell’Altra Campagna. E’ stato molto importante anche quando nel 2012, durante le azioni presso le ambasciate di diversi paesi, c’erano i cartelli con foto dello zapatista Francisco Santiz e del profe. Questo ha aiutato molto”.

Insiste che si deve indagare sui falsi testimoni, in particolare su Manuel Gómez Ruiz, il presidente municipale nel 2000, e suo figlio Rosemberg, il testimone che l’accusava. “Le autorità sanno che bisogna indagare sull’imboscata – che lasciò sette poliziotti morti e per la quale fu accusato e condannato Patishtán Gómez nel 2001 – e stabilire le responsabilità di chi ha usato la giustizia per vendetta contro un innocente”.

Ramírez López, compagno di studi e di lotta del professore da più di 18 anni, conclude: “Patishtán è libero, ma la lotta continua”. http://www.jornada.unam.mx/2013/11/09/politica/014n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Giovedì 7 novembre 2013

Sequestrato un ragazzo di 18 anni a San Sebastián Bachajón, Chiapas

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de Las Casas, Chis., 6 novembre. Ejidatarios di San Sebastián Bachajón, municipio di Chilón, hanno denunciato il sequestro di un giovane nella comunità Xanil, appartenete allo stesso ejido, questo martedì. Il fatto è accaduto verso le ore 13:00, quando quattro individui hanno sequestrato Herminio Estrada Gómez, di 18 anni.

“Non sappiamo dove si trovi e nemmeno se sta bene; non intendono nemmeno consegnarlo al Pubblico Ministero competente – nel caso lo stiano accusando di qualche reato – ma stanno chiedendo denaro in cambio della sua libertà”, hanno denunciato gli ejidatarios aderenti alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona, che recentemente sono stati minacciati e vessati dalle autorità ejidales filogovernative.

I querelanti indicano come i sequestratori Santiago Alvaro Moreno, supplente del commissario ejidale ed abitante della comunità Xanil 2ª Sezione, Juan Álvaro Moreno e Santiago Álvaro Gómez, oltre a Manuel Jiménez Moreno della comunità di Pamalha. Hanno inoltre sequestrato la sua auto tipo Pointer, denunciano.

Queste persone sono già note per le loro azioni violente, Álvaro Moreno e Jiménez Moreno erano nel gruppo armato che cacciò i nostri compagni dal botteghino di ingresso alle cascate di Agua Azul il 2 febbraio 2011: sono violenti e sono dei veri delinquenti che non hanno rispetto per nessuno. Questi criminali hanno anche inventato false accuse contro i nostri compagni Miguel Vázquez Deara, ora libero, ed Antonio Estrada Estrada, detenuto a Playas de Catazajá, ed hanno partecipato alla sua cattura insieme ai poliziotti.

Gli ejidatarios della Sexta informano che il giorno 5 è stata presentata una denuncia contro queste quattro persone al Pubblico Ministero per gli affari indigeni di Bachajón, perché è molto grave quello che stanno facendo: senza alcun diritto privano della libertà e della sua auto il nostro compagno, ma ancora non è ci sono state azioni perché il nostro compagno è tuttora sequestrato.

Al governo dello stato chiedono che sia garantita la vita e la libertà immediata del ragazzo Estrada Gómez. http://www.jornada.unam.mx/2013/11/07/politica/019n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Mercoledì 6 novembre 2013

Minaccia di sgombero violento della cava di sabbia dei tzeltal 

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis., 5 novembre. Gli ejidatarios tzeltal di San Sebastián Bachajón aderenti della Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona denunciano che il commissario ejidael, affiliato ai partiti e filogovernativo, Alejandro Moreno Gómez, ed il consigliere di vigilanza Samuel Díaz Guzmán, stanno organizzando lo sgombero violento, da un momento all’altro, della nostra cava di sabbia Nah Chawuk, recentemente realizzata come organizzazione ed ejidatarios a beneficio del popolo.

Sostengono che la realizzazione della cava, lo scorso 24 settembre, “è avvenuta in esercizio del nostro diritto come indigeni e ejidatarios di controllare e proteggere il nostro territorio, ed in risposta ai loschi affari che girano intorno alla cava principale che è tuttora nelle mani del malgoverno, come gli fu cosegnata a suo tempo dall’ex commissario Francisco Guzmán Jiménez (El Goyito), così come le terre espropriate il 2 febbraio 2011, sulle quali il malgoverno ha costruito un botteghini di ingresso alle cascate di Agua Azul gestiti dalla Commissione Nazionale per le Aree Naturali Protette”.

Gli indigeni dicono essere a conoscenza che le autorità ejidales filogovernative si stanno recando costantemente a Tuxtla Gutiérrez per chiedere al governo di cacciare con la forza pubblica la cava, dicendo che si tratta della cava principale che però è già in possesso del governo.

Fino a questo momento non sono riusciti a far venire la polizia a picchiare i nostri compagni e compagne che coraggiosamente e con dignità lavorano in forma collettiva a Nah Chawuk. Per questo i filogovernativi stanno cercando di radunare alcune persone dell’ejido per sgomberare la nostra cava di sabbia, come fecero il 2 febbraio del 2011, quando persone di Guzmán Jiménez, e con i finanziamenti di Leonardo Guirao Aguilar, attuale presidente municipale di Chilón, arrivarono armati a sgomberare i compagni che lavoravano al botteghino di ingresso costruito dalla nostra organizzazione a settembre del 2009.

Sostengono che non permetteranno di essere umiliati e discriminati per la loro lotta ed organizzazione. Vogliamo continuare ad essere un popolo, difendere la nostra cultura, identità, vogliamo continuare ad essere quello che siamo, come ha detto il nostro compagno scomparso Juan Vázquez Guzmán, continueremo a lottare costi quel che costi, non abbiamo paura; la nostra organizzazione non cerca lo scontro, sono il malgoverno e le autorità ejidales filogovernative che studiano come distruggere l’organizzazione per non avere ostacoli a vendere la terra e trarne profitti; sono loro i veri provocatori della violenza e vogliono che ci sia sempre divisione perché non vogliono che il popolo si unisca contro la loro corruzione ed il saccheggio del nostro territorio.

Gli ejidatarios della Sexta chiedono la liberazione immediata di due loro compagni di San Sebastián, Antonio Estrada Estrada e Miguel Demeza Jiménez, ingiustamente detenuti a Playas de Catazajá e El Amate, così come di Alejandro Díaz Sántiz, solidario de la Voz del Amate detenuto a San Cristóbal de las Casas. Salutano con gioia il loro compagno Alberto Patishtán Gómez che è riuscito ad abbattere i muri dalla prigione e si trova ora felicemente con la sua famiglia. Salutano anche la campagna internazionale di solidarietà con la loro difesa del territorio, convocata dalla Rete di Solidarietà Zapatista del Regno Unito e dal Movimiento por la Justicia del Barrio di New York. http://www.jornada.unam.mx/2013/11/06/politica/014n2pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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CATTIVE NOTIZIE, MA ANCHE NO

 Novembre 2013

Alle/Agli student@ che hanno frequentato o vogliono frequentare il primo livello della Escuelita Zapatista:

A chi di competenza:

Compagni, compagne e compagnei,

Come al solito, hanno incaricato me di darvi le brutte notizie. Eccole qua.

PRIMO.- I conti (controllate bene le somme, sottrazioni e divisioni perché la matematica non è il mio forte, voglio dire, proprio non lo è):

A).- Spese del primo livello di agosto 2013 per 1281 allievi:

– Materiale scolastico (4 libri di testo e 2 dvd) per 1281 allievi: $100,000.00 (centomila pesos m/n – 5.674,00 euro).

– Spese di trasporto e vitto per 1281 allievi dal CIDECI alle comunità in cui hanno frequentato il corso e ritorno: $339,778.27 (trecentotrentanovemilasettecentosettantotto pesos e ventisette centesimi – 19.278,44 euro) così suddivisi:

Spese di ogni Zona per portare gli allievi dal CIDECI e distribuirli in ogni villaggio in auto e ritorno al CIDECI, oltre al vitto per i bambini portati dagli allievi.

Realidad ————- $ 64,126.00 – 3.638,40 euro

Oventik—————- $ 46,794.00 – 2.655,00 euro

Garrucha————– $ 122,184.77 – 6.932,56 euro

Morelia—————- $ 36,227.50 – 2.055,49 euro 

Roberto Barrios—- $ 70,446.00 – 3.996,99 euro

Totale generale —– $ 339,778.27 – 19.278,44 euro 

Nota: Sì, anche a me sono balzati agli occhi i “77 centesimi”, ma questi sono i conti che mi hanno passato. Ovvero, non siamo per gli arrotondamenti.

– Spese di trasporto per 200 guardiani al CIDECI dove hanno impartito i corsi e ritorno: $40,000.00 (quarantamila pesos – 2.269,53 euro). Il loro vitto è stato offerto dalle/dai compagn@ del CIDECI-Unitierra. Grazie al Doc Raymundo e a tutte/tutti i compas del CIDECI, in particolare alle/agli addette/i alla cucina (occhio: mi dovete i tamales). 

Totale delle spese delle comunità zapatiste per il corso di primo livello di agosto 2013 per 1281 alunni: $479, 778.27 (quattrocentosettantanovemilasettecentosettantotto pesos e ventisette centesimi – 27.221,80 euro).

Spesa media per allievo: $374.53 (trecentosettantaquattro pesos e cinquantatre centesimi m/n – 21,25 euro).

B).- Entrate della Escuelita Zapatista:

Entrate per l’iscrizione (il contenitore installato al CIDECI): $ 409,955.00 (quattrocentonovemilanovecentocinquantacinque pesos m/n – 23.260,2 euro).

Valuta locale: $ 391, 721.00

Dollari: $ 1,160.00

Euro: $ 175,00 

Entrate medie per il pagamento dell’iscrizione di ogni allievo: $320.02 (trecentoventi pesos e due centesimi – 18,16 euro).

SECONDO.- Riassunto e conseguenze:

In media, ogni allievo è costato $54.51 (cinquantaquattro pesos e cinquantuno centesimi m/n – 3,10 euro), che sono stati coperti grazie alle donazioni solidali. Cioè, gli allievi si sono aiutati tra loro.

Cioè, come si dice, i conti non tornano compas. È stato grazie al fatto che qualche allievo ha versato più dei cento pesos obbligatori (alcuni non hanno versato nulla) ed alle donazioni di persone generose, che siamo riusciti appena ad andare alla pari.

Ringraziamo di cuore coloro che hanno dato di più e chi ha fatto queste donazioni straordinarie. E dovrebbero ringraziarli anche quelli che non hanno versato tutti i cento pesos o non hanno dato assolutamente niente.

Sappiamo che difficilmente si ripeterà che qualche partecipante paghi il corso per altri, quindi ci troviamo di fronte alle seguenti opzioni:

a).- Chiudiamo la escuelita.

b).- Riduciamo il numero a quello che possiamo coprire noi zapatisti. Il Subcomandante Insurgente Moisés mi dice che sarebbero circa 100 per caracol, 500 in totale.

c).- Aumentiamo il costo e lo rendiamo obbligatorio.

Crediamo che non si debba chiudere la escuelita perché ci ha permesso di conoscere e farci conoscere da persone che prima non conoscevamo né ci conoscevano.

Pensiamo anche che se riduciamo il numero dei partecipanti, molti si irriteranno o si arrabbieranno perché hanno già preparato tutto per partecipare e potrebbero restare fuori. Soprattutto ora che sanno che l’essenza del corso sta nelle comunità e nei guardiani. E poi, siccome toccherebbe a me dare la notizia, sarei inondato di insulti.

Quindi non resta che chiedervi di pagare per le vostre spese di trasposto e vitto. Sappiamo che questo, oltre ad infastidire qualcuno, può lasciarne fuori altri. Per questo vi avvisiamo per tempo affinché troviate il modo di provvedere al pagamento per voi o per i vostri compas che vogliono e possono partecipare ma non riescono a provvedere al pagamento. 

Il costo dunque sarà di $ 380.00 (trecentottanta pesos m/n – 21,56 euro) per studente e dovrà essere versato al momento della registrazione al CIDECI nei giorni che saranno indicati. Se inoltre vorrete portare un chilo di fagioli ed uno di riso, sarebbe gradito.

Per favore, vi supplichiamo, vi preghiamo, vi imploriamo di specificare chiaramente con chi venite, quanti siete e che età avete, perché poi arrivano email che dicono “vengo con i miei figli” e quando arrivano sono il doppio del casting di “The Walking Dead”. Tutti quelli che partecipano devono prima registrarsi, che siano bambini, adulti, anziani, morti viventi. 

E specificate le date della vostra partecipazione. Ci sono 2 date, una alla fine di dicembre ed un’altra agli inizi di gennaio. È importante sapere a quale vi iscrivete perché, come sapete, c’è una famiglia indigena che si prepara ad accogliervi ed assistervi, una od un custode che si prepara a guidarvi, un autista che prepara il suo veicolo per trasportarvi, un intero villaggio che vi riceve. E specificate anche se andrete in comunità o frequenterete il corso presso il CIDECI di San Cristóbal de Las Casas, Chiapas.

Ah, e venite ad ascoltare ed imparare, perché c’è chi è venuto ad impartire lezioni di femminismo, vegetarianismo, marxismo ed altri “ismo”. Ed ora sono arrabbiati perché gli zapatisti non obbediscono a quello che sono venuti ad insegnare, tipo: che dobbiamo cambiare la legge rivoluzionaria delle donne come dicono loro e non come decidano le zapatiste; che non capiamo i vantaggi della marijuana; che non dobbiamo fare le case di cemento perché sono meglio con fango e paglia; di non usare le scarpe perché camminando scalzi siamo più a contatto con la madre terra. Infine, di obbedire a quello che ci vengono ad ordinare… cioè, di non essere zapatisti. 

CASI PARTICOLARI: Le/Gli Anarchici.

Vista la campagna Anti-Anarchica lanciata dalle anime belle e dalla sinistra di facciata, unite nella santa crociata con la destra ancestrale per accusare giovani e vecchi anarchici di sfidare il sistema (come se l’anarchismo avesse altra opzione), oltre a scomporre le loro scenografie (spegnere la luce è per non vedere gli anarchici?), e portata al delirio con definizioni come “anarco-halcones“, “anarco-provocatori”, “anarco-porros“, “anarco-eccetera” (da qualche parte ho letto la definizione di “anarco-anarchico”, non è sublime?), noi zapatiste e zapatisti non possiamo ignorare il clima di isteria che, con tanta fermezza, chiede ed esige che si rispettino le vetrine (che non mostrano bensì occultano quello che succede proprio dietro il banco: condizioni di lavoro da schiavi, niente igiene, pessima qualità, basso livello di alimentazione, riciclaggio di denaro sporco, evasione fiscale, fuga di capitali).

Perché adesso sembra che queste ruberie mal dissimulate chiamate “riforme strutturali”, che la sottrazione del lavoro ai maestri, che la vendita “outlet” del patrimonio della Nazione, che il furto che il governo perpetra nei confronti dei governati attraverso le imposte, che l’asfissia fiscale – che favorisce solo i grandi monopoli – che tutto è colpa degli anarchici.

Che la gente per bene non scende in strada a protestare (ma lì ci sono le marce, i presidi, i blocchi, le scritte, i volantini. Sì, ma sono dei maestri-autisti-ambulanti-studenti-cioè-ignoranti-di-provincia, io dico gente per bene-bene-del-df. – Ah, la mitica classe media, tanto corteggiata e contemporaneamente disprezzata e defraudata da tutto lo spettro mediatico e politico-), che anche la sinistra istituzionale sottrae gli spazi di manifestazione, che “l’unico oppositore al regime” è stato offuscato ancora una volta dai senza nome, che l’imposizione arbitraria ora si chiama “dialogo e negoziazione”, che l’assassinio di migranti, di donne, di giovani, di lavoratori, di bambini, che tutto è colpa degli anarchici.

Per chi milita e rivendica come appartenente alla “A”, bandiera senza nazioni né frontiere, e che è parte della SEXTA, ma che sia veramente militante e non solo per moda di abbigliamento o di calendario, abbiamo, oltre ad un abbraccio compagno, una richiesta speciale: 

Compas Anarchici: noi zapatisti, non vi attribuiremo le nostre deficienze (compresa la mancanza di immaginazione), né vi riterremo responsabili dei nostri errori, tanto meno vi perseguiteremo per essere chi siete. Inoltre, vi dico che diversi invitati di agosto hanno cancellato l’iscrizione perché dicevano di non poter condividere l’aula con “giovani anarchici, straccioni, punk, gente con gli orecchini e pieni di tatuaggi”, che avrebbero aspettato (quelli che non sono giovani, né anarchici, né straccioni, né punk, né con gli orecchini, né pieni di tatuaggi) una scusa e che si ripulisse il registro. Continuano ad aspettare inutilmente.

Quello che vi chiediamo è che al momento della registrazione, consegnate un breve testo, massimo un foglio, dove rispondete alle critiche ed alle accuse che sono state fatte contro di voi sui media prezzolati. Questo testo sarà pubblicato in una sezione speciale della nostra pagina elettronica (enlacezapatista.ezln.org.mx) ed in una rivista-fanzine-come-si-dice di prossima pubblicazione nel mondo mondialmente mondiale, diretta e scritta da indigeni zapatisti. Sarà un onore per noi avere nel nostro primo numero la vostra parola insieme alla nostra.

Eh?

Sì, sì è valido un foglio con una sola parola che riempia tutto lo spazio: qualcosa come “MENTITE!”. O qualcosa di più esteso come “Vi spiegherei cos’è l’Anarchismo se pensassi che lo capireste”, o “L’Anarchismo è incomprensibile per i nani del pensiero”; o “Le trasformazioni reali prima appaiono nella cronaca nera”; o “Me ne frego della polizia del pensiero”; o la seguente citazione dal libro “Golpes y Contragolpes” di Miguel Amorós: “Tutti dovrebbe sapere che il Black Bloc non è un’organizzazione ma una tattica di lotta di strada simile alla “kale borroka” [guerrigli urbana – n.d.t.] che una costellazione di gruppi libertari, “autonomi” o alternativi, praticava dalle lotte degli squats (“ocupazioni”) negli anni ’80 in molte città tedesche” ed aggiungere qualcosa come “pensateci bene prima di criticare qualcosa. L’ignoranza ben scritta è come un’idiozia ben pronunciata: uguale a inutile”.

Infine, sono sicuro che non vi mancheranno le idee.

TERZO.- Un notizia non tanto cattiva: vi ricordo le date e la modalità per chiedere l’invito e la vostra iscrizione:

Data del secondo turno della escuelita:

Registrazione il 23 e 24 dicembre 2013

Lezioni dal 25 dicembre fino al 29 dicembre di quest’anno. Partenza il giorno 30.

E per chi vuole fermarsi alla festa del 20° anniversario dell’insurrezione zapatista, per festeggiare e ricordare l’alba del 1° gennaio del 1994: festa il giorno 31 dicembre ed il 1° gennaio.

Data del terzo turno della escuelita:

Registrazione il 1° e 2 gennaio 2014

Lezioni dal 3 gennaio al 7 gennaio del 2014. Partenza per i propri luoghi di origine il giorno 8 gennaio 2014.

Per chiedere l’invito e la registrazione, scrivete al seguente indirizzo:

escuelitazapDicEne13_14@ezln.org.mx

QUARTO.- Un’altra non tanto cattiva notizia è che si suppone che io vada ad aprire questa tappa con un testo molto altro, per salutare le/i nostr@ mort@, il SubPedro, Tata Juan Chávez, la Chapis, i bimbi dell’asilo ABC, la classe insegnante in resistenza, e con un racconto di Durito ed il Gatto-Cane. Ma, siccome mi hanno detto che urgeva la questione dei conti e la ratifica delle date, sarà per un’altra volta. Si sa: l’urgenza non lascia tempo alle cose importanti. Così vi siete risparmiati di leggere di cose che non sono “trascendenti-per-la-congiuntura-presente”… per ora.

Bene. Salve e, ci crediate o no, il mondo è più grande del titolo mediatico più scandaloso. È questione di ampliare il passo, lo sguardo, l’udito… e l’abbraccio.

Dalle montagne del Sudest Messicano.

Il SupMarcos

Portinaio della Escuelita e addetto alle cattive notizie.

Messico, novembre 2013

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Ascolta e guarda i video che accompagnano questo testo:

Kenny Arkana con questo rap dal titolo “V pour Verités” (“V per Verità”). In una parte dice: “benedetti siano quelli che si intromettono, quelli che costruiscono un’altra cosa ”. http://www.youtube.com/watch?v=9DLDPwXzb3Y&feature=player_embedded

Frammento del film “V per Vendetta” sulla relazione tra la paura e l’obbedienza, ed un altro modo di intendere le parole “giustizia” e “libertà”. http://www.youtube.com/watch?v=Go7vXPmZqw4&feature=player_embedded

Pedro Infante con la canzone “Yo soy quien soy”, di Manuel Esperón e Felipe Bermejo, nel film “La Tercera Palabra” con Marga López, Sara García e Prudencia Grifell, 1955, diretto da Julián Soler. Lo metto solo per rompere le palle a chi vuole che facciamo a modo suo o moda sua. http://www.youtube.com/watch?v=zDDXeVSLmqM&list=PL52E9C3142A936003&feature=player_embedded

Comunicato originale

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Lunedì 4 novembre 2013

Intervista ad Alberto Patishtán “Nel paese, almeno la metà dei detenuti è innocente”

Blanche Petrich

Guardando avanti, più col cuore che con gli occhi che gradualmente hanno perso la vista a causa di un tumore cerebrale, il maestro Alberto Patishtán, appena liberato dopo 13 anni di prigione ingiusta, valuta le grandi sfide da affrontare per risanare il sistema giudiziario ed evitare che, come sostiene, restino nelle prigioni del paese almeno la metà dei detenuti ammucchiati lì con accuse senza prove, innocenti a pagare reati di altri per la cecità delle autorità.

Nell’intervista con La Jornada, parlata dei detenuti conosciuti nelle prigioni dove ha trascorso la sua prima gioventù: Come posso dimenticarmi di loro se io stesso ho vissuto la prigione ingiusta?

Come il caso di Alejandro Díaz Santiz, tzotzil come lui, di Mitontic, da 15 anni in carcere deve scontarne altri 15 nel Cereso 5, di San Cristóbal. Fu arrestato e processato in un tribunale di Veracruz, accusato di avere ucciso il proprio figlio. Díaz sostiene la sua innocenza e denuncia un altro come l’omicida, ma la sua dichiarazione non fu presa in considerazione. Ebbe traduttore, ma in lingua nahua. E dicono che il suo processo è stato giusto. E’ una bugia!

Quasi un Gandhi per il suo discorso non violento e la sua spiritualità, a 42 anni Patishtán nell’intervista continua: “Sembra impossibile cambiare le cose, ma si deve fare. L’autorità parla di giustizia e democrazia e tutte queste cose, ma non è così. Se abbandonassero tutte le loro smanie ed ambizioni, se sgomberassero la mente e veramente prendessero coscienza… io gli dare i miei occhi affinché potessero vedere il fondo delle cose. Credo che sarebbe diverso”.

– Che cosa¿Qué propone?

– Vorrei aiutare tante persone. Ma credo che il compito principale spetti allo stesso detenuto che deve cominciare a gridare da dove si trova. Perché se non si fanno conoscere, se non fanno conoscere i loro nomi, non avviene il collegamento con la gente che vuole aiutare da fuori.

E poi, sempre perseverare. Che faccia caldo, freddo, che si abbia fame o no, accompagnato o senza compagnia, bisogna sempre avere perseveranza.

Che non si ripeta la stessa storia

Indigeno tzotzil, maestro in più materie, aderente di un movimento di resistenza, gli è piovuta addosso la fabbricazione di prove per l’omicidio di sette poliziotti nel 2000, in una comunità remota negli Altos del Chiapas. Condannato a 60 anni di prigione, Patishtán era il candidato ideale a restare dietro le sbarre fino al fine dei suoi giorni. Invece è diventato il volto di un ampio movimento di solidarietà iniziato con il piccolo collettivo, Ik, che è cresciuto fino ad incorporare le organizzazioni dei diritti umani del Messico e del mondo con qualche competenza sulla questione indigena.

– Diceva che se lei è un simbolo, lo è semmai per quello che ancora c’è da fare. Che cosa manca?

– La gente adesso potrebbe dire, bene abbiamo finito, Patishtán è uscito. No, manca ancora molto da fare affinché non si ripeta la stessa storia. Questo non possiamo permetterlo più. Ci sono molti compagni carcerati che meritano di uscire e che non escono. L’autorità è inflessibile, senza coscienza.

“Quando uno entra in prigione, gli dicono: qui non ci sono diritti. Ma se uno, anche se carcerato, mantiene la propria libertà interiore, può fare molte cose. Il Potere Giudiziario esiste per applicare la legge, ma non la giustizia; loro cercano qualcuno che paghi per un reato, non il colpevole.

“Quando mi arrestarono, chiesi loro di usare gli strumenti tecnologici, di sottoporre me e chi mi accusava alla macchina della verità. Io non sapevo se questi strumenti esistevano, ma li chiedevo. Ma neppure mi ascoltavano….”

E’ stato un prigioniero indomabile. Fin dal primo momento, a Cerro Hueco, Tuxtla Gutiérrez, organizzò i detenuti nella Voz de la dignidad rebelde. Per disarticolare il suo lavoro lo trasferirono nella prigione di El Amate, a Cintalapa, dove fondò La Voz del Amate. Per questo fu trasferito in un carcere federale di massima sicurezza a Guasave, Sinaloa.

Patishtán chiama quella prigione il cimitero dei vivi, l’unica prigione che conosco senza alcuna assistenza medica. Rinchiuso tutta la settimana, con un’ora d’aria, né un orologio, proibito parlare, tutto morto. Ho perfino imparato il linguaggio dei segni dei sordomuti.

– Lì non ha potuto organizzare i detenuti…

– Sì, ci sono riuscito, per poco, solo nella mia cella, con i miei compagni. Raccontavo loro delle storie con una morale, perché molti volevano ormai morire. E cantavo per loro.

Non c’è dubbio, è un uomo che guarda le avversità in maniera differente.

“Eì quello quello che mi hanno insegnato i miei nonni, Mariano e Andrea da parte materna e Lorenzo e María, già scomparsi, dal lato paterno. Mi hanno insegnato che bisogna saper ascoltare più che parlare. Per questo abbiamo due orecchie ed una sola bocca. Per ascoltare molto e parlare poco.

“Mi dicevano di dire le cose come stanno, per non perdere credibilità, perché altrimenti nessuna si fiderà di te. E mi hanno insegnato a fare attenzione alla natura. Quando bisogna tagliare l’albero per la capanna? Se si taglia con la luna crescente, non va bene, solo con la luna piena non ci sarà il pericolo delle tarme. E quando le formiche camminano in fila trasportando il loro cibo, quella stessa settimana pioverà. Quando l’uccello tzuntzerek cambia il suo cinguettio, come una seconda voce, sta avvisando che qualcosa succederà. E se succede, chi lo sa se è per coincidenza o volere di dio….”

– Quanto sono serviti questi insegnamenti in prigione?

– Potevo vedere al fondo delle cose, trascendere quello che si vede in superficie.

Lo zapatismo ed il maestro

Aveva 23 anni quando c’è stata l’insurrezione zapatista. Già era un attivista, simpatizzava con i compagni comprendendo che se la gente si era ribellata era per l’oppressione, per la politica faziosa. Partecipò alla creazione del Movimiento del Pueblo di El Bosque e del municipio autonomo San Juan de la Libertad, smantellato violentemente durante il governo di Roberto Albores Guillén, nel 1998, con una massacro.

“Il mio villaggio, El Bosque – dice –, non è grande. Ma nemmeno tanto piccolo, ma con diffusa emarginazione. I presidenti municipali governavano come se stessero facendo del bene, ma non era così. Loro se ne approfittano sempre, rubano dalle risorse della gente.”

Nel 2000, quando avvenne l’imboscata nella quale morirono sette poliziotti, il presidente municipale Manuel Gómez accusò falsamente Patishtán ed altri compagni.

– Che cosa accadde allora a El Bosque?

– Fecero germogliare i semi che regalai ad ognuno…

– Cosa significa essere portatore di semi?

– Il seme me lo dà un uomo molto conosciuto… il mio Dio. Mi dà questi semi ed io non me li tengo ma li devo condividere. E lì ecco il frutto, il Movimiento del Pueblo de El Bosque che si mantiene fermo, che dice sempre la verità. Non esige né chiede più di ciò di cui ha bisogno la gente, ma ciò che merita. Purtroppo le autorità non la vedono così, non siamo ben visti. Ma anche la mia prigionia ha fatto sì che le persone solidarizzassero di più; che l’organizzazione, invece di scemare, crescesse per la rabbia, il coraggio. La gente sapeva che ero innocente, e lo sa.

– È difficile contare quante marce si sono organizzate a El Bosque per la sua liberazione, vero?

– Il giorno che mi arrestarono fecero un presidio di un mese, occuparono il municipio. Ma il governo di Albores Guillén firmò con loro un accordo affinché lasciassero il municipio in cambio della mia liberazione, ma non rispettarono la parola e non mi liberarono. Per questo hanno continuato ad andare a San Cristóbal, a Tuxtla, fino a Città del Messico, con una piccola commissione per le risorse limitate. Così per 13 anni, fino a pochi giorni fa.

http://www.jornada.unam.mx/2013/11/04/politica/007e1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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PATISHTAN E’ LIBERO

Frayba: Indulto, giustizia insufficiente per Patishtán

Giubilo! È la parola, il sentimento, di chi ha atteso questo giorno.I l Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas (Frayba) si unisce alla gioia per la libertà ritrovata del professor Alberto Patishtan Gómez (d’ora in poi professor Patishtán) sottoposto dal governo per più di 13 anni di reclusione ingiusta come prassi nel sistema giuridico messicano nei confronti dei prigionieri politici.

In Messico si violano sistematicamente il diritto alla presunzione di innocenza, al giusto processo, all’uguaglianza di fronte alla legge ed alla non discriminazione nei confronti delle persone indigene detenute.

Riteniamo che l’azione dello Stato messicano dovrebbe comprendere come minimo questi tre passi: …. comunicato completo del Frayba

La Jornada – Venerdì 1° novembre 2013

Patishtán è libero

Il Presidente decreta l’indulto: è stato violato il giusto processo. Rilevate el suo caso gravi violazioni dei diritti umani
Fabiola Martínez

(…articolo completo..)

Lontano da loro padre, in Gabriela ed Héctor è nato il seme dell’impegno sociale

L’emendamento al Codice Penale potrebbe essere la chiave per liberare migliaia di presunti colpevoli detenuti

Blanche Petrich

(…articolo completo.)

Difendevo il mio popolo, per questo mi hanno messo in prigione, sostiene l’indigeno tzotzil

Non serbo rancore, afferma il professore

Fernando Camacho Servín

(… articolo completo..)

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